Il Blog di Paolo Gobbi

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Questione morale, lo scenario capovolto – La Repubblica

Pubblicato da paologobbi su 8 dicembre, 2008

di EDMONDO BERSELLI

CI VUOLE la sfrontata fantasia di Silvio Berlusconi per attaccare il Pd sulla questione morale. Perché anche chi ha criticato la ventata populista dei primi anni Novanta, e non ha mai pensato che i giudici possedessero la chiave della rivoluzione politica, non può avere dimenticato la sequela di leggi ad personam volute dal capo del centrodestra, tutte tese a legare le mani a procure e tribunali, dal decreto Biondi del 1994 fino al “lodo Alfano”.

Il centrodestra ha dedicato quasi 15 anni a regolare i conti con la magistratura (le “toghe rosse”, nel lessico berlusconiano).

Alla fine, vinta la sua guerra personale, Berlusconi si è assunto tutte le responsabilità politico-penali della prima Repubblica, concludendo che i magistrati sono i veri colpevoli di ciò che ha spezzato una “storia di sviluppo e di libertà”.

Se si accetta il teorema di un sequestro della vita pubblica operato nei primi anni Novanta da Mani pulite, con il corollario di una lotta per la vita, durata fino a oggi, fra la politica e la giustizia, risulta facile chiudere il sillogismo argomentando che in questi giorni si assiste alla vendetta della giustizia contro chi pretese di cavalcarla, salvandosi immeritatamente dalla tempesta che travolse il sistema politico-affaristico di Tangentopoli.

Ma è una ricostruzione distorta. Mani pulite travolse una classe di governo corrotta e sfinita. Il Pci-Pds non partecipava al governo nazionale, ed era meno implicato nell’oligopolio di Tangentopoli. Immaginare che il Pd attuale sconti la rivalsa della storia, e paghi integralmente la strategia di allora degli ex comunisti, significa da un lato equiparare i Democratici a eredi diretti del Pci, e dall’altro procedere secondo filosofie cospirative che in realtà spiegano ben poco della situazione attuale del partito guidato da Walter Veltroni.

Nella realtà, il Pd sente il peso di un’abitudine al potere locale che scopre alcuni suoi vizi: negli ultimi anni, studiosi come Carlo Trigilia hanno messo in rilievo non tanto una “questione morale” nelle regioni rosse, quanto gli indizi, non proprio sporadici, di un degrado della qualità amministrativa.

Alcuni episodi e situazioni, come il caso abruzzese della sanità, il disastro dei rifiuti a Napoli e la vicenda urbanistica di Firenze, rendono evidente questo aspetto (anche se Rosa Russo Jervolino e Leonardo Domenici rivendicano con orgoglio l’assoluta estraneità da coinvolgimenti penali).

Quindi il Pd non dovrebbe limitarsi a respingere con disprezzo le provocazioni di Berlusconi. Se una decente qualità tecnica e morale nelle amministrazioni costituisce una delle risorse residue del partito, qualsiasi incrinatura in questo patrimonio va considerato un’insidia grave, che genera inquietudine e tende a rendere meno credibili le rivendicazioni come quella espressa polemicamente da Veltroni nella manifestazione del Circo Massimo (“Il paese è migliore della destra che lo governa”).

In sostanza, è improprio e strumentale sostenere l’esistenza di una “questione morale” che grava sul Pd. Semmai un problema di dignità pubblica, di lealtà con i cittadini, di deontologia, di trasparenza, di stile, e talora di corruzione perdurante, incombe su tutta la politica italiana. Questo però si deve a ragioni che il Pd farebbe bene a esaminare con realismo, senza accontentarsi di formule manichee. La questione morale infatti non è il frutto della disonestà intrinseca agli uomini, alla politica o alla destra; è piuttosto il risultato di cattive pratiche, di lacune operative, di soluzioni mancate.

Noi scontiamo le riforme incompiute, e la conseguente mancata razionalizzazione delle regole. Va da sé che si fanno sentire anche le riforme tradite, come è avvenuto con il Porcellum, autentica legge carogna voluta dalla destra per impedire all’Unione di governare. Ma paghiamo soprattutto l’incapacità di costruire un sistema istituzionale aderente a un rapporto chiaro fra governanti e governati, fra controllori e controllati, fra elettori e politica, fra affari e istituzioni, fra cittadini e giustizia: e questo non è imputabile a una parte sola.

Quante volte Scalfaro, Ciampi e Napolitano hanno invocato riforme istituzionali ragionevoli? In aggiunta a questa tematica generale, che mette alla prova la sua vocazione a governare la modernizzazione del paese, il Pd ha l’obbligo di un esercizio radicale di onestà politica. Cioè di passare in rassegna regole interne, procedure, metodi di decisione. Per dire a se stesso se è effettivamente un’entità strutturata democraticamente, o se è piuttosto una somma di correnti autodefinite, di capi autonominati e di personalità cooptate.

Un buon esame di coscienza è il primo passo per correggere scarti e deviazioni. E poiché ci vuole poco a capire che i possibili effetti della propaganda berlusconiana sulla questione morale si intrecciano alle difficoltà evidenti di per sé sul terreno politico, sarebbe bene rendersi conto che in questo momento al Pd non serve la routine, e neppure le parole d’ordine. Ci vuole una seria mobilitazione, organizzativa e istituzionale, per definire con chiarezza i contorni effettivi di un’emergenza; e per decidere razionalmente le contromisure.

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1 anno fa alla Thyssen …

Pubblicato da paologobbi su 6 dicembre, 2008

Il 6 dicembre di un anno fa un rogo sprigionatosi all’interno dello stabilimento ThyssenKrupp di Torino faceva strage di 7 operai. Sette vite bruciate e sette famiglie lasciate nella disperazione.
Nonostante i clamori dei mass media durati pochi giorni, una volta spente le luci dei riflettori, tutto è continuato come prima e la MATTANZA quotidiana continua. Per aderire inviare mail all’indirizzo 6dicembre@gmail.com (indicando luogo di lavoro, città ed eventualmente appartenza o incarico sindacale).

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Costose, inutili, incancellabili: le (finte) promesse sulle province

Pubblicato da paologobbi su 5 dicembre, 2008

in otto anni cresciute del 65% le spese di gestione

Berlusconi disse: le aboliremo. Ma la Lega: non si toccano. Frena anche il Pd

Il leader della Lega, Umberto Bossi (Ansa)
Il leader della Lega, Umberto Bossi (Ansa)

Cento e otto anni dopo la prima proposta di abolire le province, presentata dal deputato Gesualdo Libertini che le marchiava come enti «per lo meno inutili», destra e sinistra dicono che occorre ancora pensarci su. Auguri. Dice uno studio dell’Istituto Bruno Leoni che costano oggi il 65% in più di otto anni fa? Amen. Sono in troppi, a volerle tenere… La Lega, poi…
«Silvio, batti un colpo», ha titolato un giornale non ostile alla destra come «Libero», che in questi giorni ha rilanciato la battaglia per sopprimere quegli enti territoriali che il sindaco di Milano Emilio Caldara bollava già nel 1920 come «buoni solo per i manicomi e per le strade». Macché: non lo batte affatto. Nonostante solo pochi mesi fa, fiutando l’aria che tirava nel Paese sulla «casta», nella scia delle denunce del «Corriere», si fosse speso in promesse definitive.

C’erano le elezioni alle porte, il Cavaliere voleva stravincere e quando la signora Ines di Forte dei Marmi, durante la chat-line organizzata dal nostro giornale, gli chiese cosa avesse in mente per «abbassare finalmente i costi folli della politica italiana», rispose: «La prima cosa da fare è dimezzare il numero dei parlamentari, dei consiglieri regionali, dei consiglieri comunali». E le Province? «Non parlo delle Province, perché bisogna eliminarle». Otto settimane dopo, già sventolava trionfante il primo successo, riassunto dai tg amici con titoli che dicevano: «Abolite nove Province». Sì, ciao. La notizia era un’altra: nove Province dovevano cambiare nome. D’ora in avanti si sarebbero chiamate «aree metropolitane ». Fine. Un ritocco non solo semantico, si capisce. Ma un ritocco. Presto smascherato da un anziano gentiluomo di destra come Mario Cervi che sullo stesso «Giornale» berlusconiano, dopo aver letto la bozza della riforma federalista di Roberto Calderoli, scrisse: «Alcune norme del disegno di legge hanno l’obiettivo di “riconoscere un’adeguata autonomia impositiva alle Province”. Ma allora, dopo tanti annunci di abolizione, le Province ce le teniamo, e anzi ne avremo di nuove perché l’alacre fantasia dei notabili locali è sempre all’opera nel varare enti inutili? A occhio e croce si direbbe che questa sia una vittoria non del nuovo ma della vecchissima politica distributrice di poltrone». Parole d’oro. Che Francesco Storace, con brutalità gajarda, traduce così: «Bravi! Ci avevano promesso di abolire le Province e il bollo auto ed è finita che fanno gestire il bollo auto alle Province».
Insomma, chiede oggi il deputato del Pd Enrico Farinone, «la maggioranza è favorevole o contraria all’abolizione delle Province? I cittadini meritano un chiarimento».

Giusto. Non solo dalla destra, magari. Quindici anni fa, nella «Bicamerale» presieduta da Ciriaco De Mita, furono i pidiessini Franco Bassanini e Cesare Salvi a spingere Augusto Barbera a ritirare la proposta di sopprimere le Province in linea con quanto aveva deciso, alla Costituente, la Commissione dei 75: «L’argomento è di grande interesse, ma merita una riflessione ulteriore». Riflessione ancora in corso.
Al punto che quando Massimo Calearo ha rivelato che stava lavorando con altri parlamentari di sinistra e di destra all’abolizione dell’ente, qualche settimana fa, è stato bacchettato per primo dai suoi stessi amici di partito. Dal segretario regionale Paolo Giaretta («nel nostro Veneto, una delle Regioni più centraliste d’Italia, le nostre Province non sono enti superflui, anzi») al presidente della Provincia di Belluno Sergio Reolon: «L’unico inutile, qui, è lui, non le Province». Di più: il democratico Giorgio Merlo si è avventurato a dire che quella per l’abolizione delle Province è «una campagna qualunquista e demagogica».

Quanto a Walter Veltroni, naviga a vista: «Sì, penso ci si possa arrivare. Ma non sono un demagogo. E’ facile dirlo in campagna elettorale, poi in genere chi lo dice è il primo a presentare proposte per istituirne di nuove… ». Lui sarebbe per «ridurre la sovrapposizione dei livelli di governo, a partire dall’abolizione delle Province, laddove vengano costituite le Città metropolitane». A farla corta: boh… E’ a destra, però, che i mal di pancia sono più forti. Un po’ perché il rilancio di Feltri e la sua raccolta di firme vengono vissuti da alcuni come sassate scagliate da mano amica («tu quoque, Vittorio: proprio adesso…») che rischiano di mandare in pezzi il quadretto di una destra felicemente compatta. Un po’ perché le prime crepe si vedono già. E si allargano ogni giorno di più.
Gianfranco Fini è stato netto: «Nel programma del Pdl c’era l’abolizione delle Province ed è vero che a tutt’oggi non è stato fatto nulla. Personalmente non ho cambiato opinione». E così Ignazio La Russa: «Facciamolo. Con un percorso graduale. Che duri tre o quattro anni. E consenta alle Province di cedere le proprie competenze a Regioni e Comuni. In An questa opinione è largamente condivisa. Una riforma seria le deve abolire tutte». Gianni Alemanno fa sponda: «Sono sempre stato favorevole».

La Lega, però, non vuol sentirne parlare. Certo, uno come l’ex presidente Stefano Stefani, mesi fa, si era sbilanciato: «Sono d’accordo con coloro che propongono la prima, sostanziale rivoluzione, l’abolizione delle Province». Ma è stato subito stoppato dalla ex presidentessa leghista della sua stessa Provincia di Vicenza, Manuela Dal Lago: «Perché, piuttosto, non abolire subito i Prefetti e le prefetture?». «Le Province sono nella Costituzione! », ha urlato ad «AnnoZero» Roberto Castelli ergendosi a baluardo della Carta, dimentico di quando il suo partito voleva buttare il tricolore nel cesso. Finché è intervenuto Umberto Bossi che, memore che il suo partito non guida neppure una grande città ma controlla sei Province (su 109!), ha chiuso: «Finché la Lega è al governo, non si toccano». Fine.

Al punto che Renato Brunetta, accantonando la durlindana decisionista che da mesi mulina impavido, è stato insolitamente prudentissimo: «Le Province sono enti inutili, che non servono, ma che non riusciremo a cancellare in questa legislatura». Ma come: neppure con cento seggi di vantaggio alla Camera e cinquanta al Senato? E le promesse elettorali? Gli impegni solenni? Niente da fare. E’ la politica, bellezza. Al massimo, ha detto ieri Giulio Tremonti, si può fermare la nascita di Province nuove. Come quelle di Aversa, Pinerolo, Civitavecchia, Sibari, Sala Consilina…

Gian Antonio Stella

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Un’onda verde – Concita de Gregorio

Pubblicato da paologobbi su 4 dicembre, 2008

Un’Onda verde
È come un’Onda verde, un’onda pulita indignata e sgomenta di cittadini che si sentono beffati dallo Stato. «Io mi ero fidato dello Stato.Mi ero fidato quando mi ha detto: facciamo un’Italia migliore, cominciamo da casa tua. Mettiamoci i soldi a metà. Allora ho fatto un mutuo, ci ho messo la mia parte. Ho preso in prestito ventimila euro per inquinare meno, per risparmiare emissioni nocive, per l’aria che respirano i miei figli: ho ristrutturato l’impianto di casa. Energia solare. Ora mi dicono che non era vero, scherzavano.
Devo pagare io, sono affari miei. Allora sapete che vi dico? Non mi fido più di voi, né ora né mai». È una yelefonata da Reggio Emilia. Ne sono arrivate centinaia, ieri, in redazione: chiamate, lettere, sms, e-mail. Una rivolta di popolo. Pensionati, architetti, ingegneri, casalinghe, giovani coppie, associazioni di condomini. Uno di loro ci ha detto: «Vi annuncio che evaderò 2000 euro di Iva, farò in modo di non fatturare niente. Ho fatto un debito su un patto. Lamano che avevo stretto si è ritirata, ora io ritiro lamia». Nelle pagine centrali del giornale pubblichiamo un dossier (lo curano Onide Donati, Bianca De Giovanni e Federica Fantozzi) che raccoglie una piccola parte delle storie che i lettori ci hanno raccontato, fa il punto del taglio ai finanziamenti di questo governo alle energie rinnovabili, confronta la nostra situazione con quella del resto d’Europa e
del mondo. Ricorda come l’impegno per l’incremento delle fonti alternative sia tra i primi tre punti dell’azione del nuovo presidente Usa Obama. Tiene conto naturalmente anche delle ultime dichiarazioni del ministro
Tremonti che ieri ha fatto una futura, eventuale marcia indietro. Ne discuterà il parlamento, ha detto. Prima o dopo, vedremo. Intanto il sole che illumina i pannelli solari si eclissa, per l’Italia. Un danno alle imprese oltre che ai cittadini. Un danno all’economia, alla crescita, allo sviluppo, alla salute, al benessere.
A PROPOSITO DI DICHIARAZIONI e di eclissi (di fiducia, in questo caso) salutiamo l’arrivo, dopo la Cisl, anche del ministro Sacconi fra quelli che come questo giornale vengono quotidianamente additati come profeti di
sventura. Dice Sacconi di essere «preoccupato per il rischio di default del Paese. C’è qualcosa di peggiore della recessione che è la bancarotta dello Stato. Non possiamo permetterci neanche lontanamente che vada
deserta un’asta pubblica di titoli di Stato. Ci sarebbe una carenza di liquidità per pagare pensione e stipendi e faremmo come l’Argentina ». Come l’Argentina. La fonte è il governo che come al solito poi rettifica.
Telecom nel suo piano industriale 2009 prevede altri quattromila esuberi. Saranno novemila le persone di troppo nei prossimi due anni.
LA POLITICA può essere qualcosa dimeglio e di più. Bisogna arrivare alle pagine di cultura per leggere il bel racconto diMarcello Fois appena pubblicato da Einaudi in una raccolta intitolata “Questo terribile intricato mondo”.
Forse la ricorderete, la frase: era un passaggio di un antico discorso di Enrico Berlinguer. La politica è il fare che ha per interesse la vita in comune. Senza retorica, e ripensando alle lettere di cui parlavamo al
principio: è proprio così.

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I tormenti di Silvio che scruta i sondaggi

Pubblicato da paologobbi su 3 dicembre, 2008

Al capo del governo tre punti in meno in 24 ore per il caso Sky. Lo sfogo col ministro: pago solo io

Silvio Berlusconi (LaPresse)
Silvio Berlusconi (LaPresse)

Scagli il primo decoder chi è senza peccato, e sul «caso Sky» né Berlusconi né il Pd sono immuni da colpe e omissioni. Il premier giura che non sapeva nulla della norma sulla pay-tv, «Tremonti non me ne aveva parlato». A parte la smorfia di La Russa, che non ci crede, il Cavaliere non poteva non sapere. In politica il teorema vale, specie per chi è presidente del Consiglio. Infatti Berlusconi è subito caduto nei sondaggi: tre punti secchi in meno, nel giro di ventiquattr’ore. Lui solo però, non il suo governo. Ed è la prima volta che un simile fenomeno accade. Tanto che l’altra sera il premier se n’è lamentato ad alta voce per telefono con Tremonti: «Pago solo io in termini di consenso. Capisci? Solo io. Ho perso cinque punti», gli ha spiegato gonfiando il crollo per drammatizzare la faccenda… L’aumento dell’Iva sulla tv satellitare ha fatto da moltiplicatore alla delusione dell’opinione pubblica.

Perché il «decisionista» Berlusconi aveva annunciato il pacchetto anti- crisi come «un’iniezione di fiducia e ottimismo
»: ma la detassazione delle tredicesime — a cui teneva — non c’è stata, e la social card non l’ha convinto del tutto prima ancora di non convincere gli italiani. Poi è esploso il «caso Sky», che ha sfidato il Cavaliere con le sue stesse armi: marketing e spot, il volto di Ilaria D’Amico e la campagna di mail da inviare per protesta a palazzo Chigi. Un’operazione che ha stupito persino un duro come Confalonieri, silenzioso con la stampa, non con l’amico di una vita: «…Perché di iniziative a difesa di Mediaset ne ho fatte tante, Silvio, ma senza perdere mai il senso della misura». E ci sarà un motivo se anche il democratico Follini ha censurato l’offensiva mediatica di Sky. Nessuno può scagliare decoder in questa vicenda, nemmeno il Pd. Tremonti l’ha inchiodato al suo passato, al governo Prodi, rivelando il carteggio tra l’Ue e il Professore, che si era impegnato con Bruxelles a cambiare l’aliquota alla tv satellitare. Così Berlusconi ha provato a distogliere l’attenzione dalla trave che ha nel proprio occhio, il conflitto d’interessi, denunciando in pubblico i «rapporti privilegiati del centrosinistra con Sky», e ricordando in privato che «Prodi quando stava a palazzo Chigi si faceva intervistare solo dal tg di Murdoch, mica dalla Rai». Molti esponenti del Pd ieri alla Camera evocavano i trascorsi «privilegiati » con il famoso «squalo». Come la festa per cento persone in una splendida villa romana sul Gianicolo, organizzata da Murdoch in onore dei maggiorenti diessini e diellini subito dopo la vittoria elettorale dell’Unione nel 2006. Terminata la cena, il tycoon si ritirò sotto un gazebo per ricevere a uno a uno i dirigenti del centrosinistra, dalla Melandri in giù. Ed è emblematico il gesto con cui Carra — che fu testimone del frenetico via vai sotto quel pergolato — preferisca sorvolare sull’episodio. Questione di bon ton. «Mi limito a dire — commenta l’esponente del Pd — che noi oggi difendiamo i privilegi di un miliardario australiano contro gli asseriti privilegi di un miliardario italiano. È una storia che ci riporta ai tempi del Medioevo, quando si chiamava da fuori confine l’imperatore per regolare i conti con un signorotto di casa. È una storia che dovrebbe analizzare non un politologo ma il professor Cardini. Rende l’idea, incredibile, che noi non pensiamo a regolare il sistema, ma che pur di battere Berlusconi siamo disposti a mantenere il sistema scompensato». Il centrodestra, per nascondere l’evidente scivolone, insinua sul passato ma anche sul presente «rapporto privilegiato» del Pd con Murdoch. «Noi della Lega non abbiamo una tv», ha detto ieri Bossi. Traduzione del forzista Napoli: «Si riferisce alle tv del Pd, che stanno nel bouquet di Sky. A una in particolare, Youdem, quella di Veltroni, che ha ottenuto un trattamento privilegiato e dal canale 787 sta per passare al 550, assai vicino a Tg24». D’un colpo il Pd si è ritrovato sulla difensiva, con Tremonti che si è scagliato contro «quelli che hanno criticato i 40 euro della social card e ora difendono un paio di euro per Sky».

In un impeto di sincerità il veltroniano Realacci ha ammesso che «avrei fatto altre battaglie prima di questa, battaglie che interessano un maggior numero di cittadini e con maggiori problemi». Nonostante la confusione nelle file dei Democratici, sono i conti nel centrodestra a non tornare. Perché è il premier che è caduto nei sondaggi, perché era stato il premier in mattinata ad aprire uno spiraglio alla trattativa, tranne rimangiarsi tutto dopo lo stop arrivato da Tremonti. Perché La Russa è il testimonial della rabbia di An, visto che «avevo chiesto quale fosse la copertura del decreto ma nessuno mi ha avvisato prima». Perché dentro Forza Italia sono molti i dirigenti di primissimo piano a sussurrare quel che l’ex ministro Martino dice, e cioè che «Silvio si è dato la zappa sui piedi. Anzi gliel’ha data Tremonti». E nei capannelli in Transatlantico i berlusconiani si sono subito divisi, tra quanti ipotizzano che il ministro dell’Economia abbia ambizioni politiche, e quanti invece vedono nel suo rigore finanziario un primo passo per una carriera internazionale. Intanto va in onda lo scontro tra il Cavaliere e lo Squalo. Ma non erano amici?

Francesco Verderami
03 dicembre 2008

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Onu, il Vaticano non firma la convenzione sui disabili – La Repubblica

Pubblicato da paologobbi su 2 dicembre, 2008

Onu, il Vaticano non firma la convenzione sui disabili

Benedetto XVI

ROMA – E’ di nuovo tensione tra Vaticano e Onu. Dopo in “no” della Santa Sede alla proposta di depenalizzare l’omosessualità,
oggi tocca al disabili. Il Vaticano, infatti, come aveva annunciato,
non ha firmato la convenzione Onu sui diritti delle persone con
disabilità. Un “no” confermato oggi alla vigilia della giornata
internazionale delle persone con disabilità, promossa dalle Nazioni
Unite sul tema “dignità e giustizia per tutti noi”.

La convenzione Onu sui diritti dei disabili, entrata in vigore l’8
maggio scorso, è il primo trattato sui diritti umani del terzo
millennio ed è stato approvato dall’assemblea generale dell’Onu nel
2006. Il Vaticano ha partecipato attivamente ai lavori per la stesura
del testo, durati cinque anni ma, alla conclusione, si è rifiutata di
firmarlo perchè il documento non ha inserito un divieto esplicito nei
confronti dell’aborto.

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«C’è di tutto di più manca, quello che serve» – L’Unità

Pubblicato da paologobbi su 30 novembre, 2008

di Laura Matteucci

«Non è con le una tantum che si affronta una crisi  di questa portata. Qui non si tratta di bonus e social card, che non inducono ad aumentare i consumi: se a gennaio mi arrivano due soldi, non è che a febbraio consumerò di più. Siamo ben sotto la soglia minima  rispetto alle reali esigenze. Per le famiglie e il lavoro non spenderemo  nemmeno la metà di quello che spenderemo per Alitalia. Ci vogliono interventi  strutturali, sugli ammortizzatori sociali e sulle detrazioni fiscali, per le quali dovrebbe venire introdotto un meccanismo stabile».

Pierluigi Bersani, ministro ombra dell’Economia, legge il piano anti-crisi del governo. E più lo legge, più si fa critico.
«Sa  qual è il problema?».
Sentiamo. Qual è il problema?
«Questo piano risente di avere alle spalle una Finanziaria sbagliata e tre  decreti sbagliati che non hanno tenuto minimamente   conto della crisi. Adesso sono stati messi insieme degli interventi per metterci una pezza, e  rispetto alla gravità della situazione sono minimi e tardivi, quindi pleonastici. Oltretutto, dopo tutte le manovre fatte sulle quali abbiamo inutilmente avanzato proposte, suona davvero  curioso che a giochi fatti Berlusconi  ci venga a chiedere collaborazione».

Tremonti lo definisce un «decreto ampio, vasto, dove c’è dentro di tutto». Concorda?

«Di tutto, di più. Come la Rai. Del resto sono 35 articoli; peccato manchi l’Articolo, quello con la a maiuscola, in grado davvero di rimettere in moto  l’economia. Manca la politica dei redditi,una forte redistribuzione della ricchezza, che è quello che occorrerebbe davvero. È sbagliata l’impostazione, irrisorie le cifre di cui si parla».

Vediamo alcuni dei punti in lista: aiuti per i mutui oltre il 4%.
«Alla buonora. Stanno già calando oltre quella soglia».

Gli investimenti per le infrastrutture.

«Nulla di concreto, e finirà che nei prossimi mesi dovremo appassionarci di nuovo alle procedure. Inutile insistere sulle grandi opere, tipo ponte sullo Stretto di Messina: non corrispondono ai tempi urgenti della crisi. Ci vogliono anni solo per mettere in moto il cantiere. Ci possono essere  dei meccanismi per agevolarli, ma il decreto non ne parla. In questo momento, l’unico atto  sensato sarebbe   convocare Regioni ed Enti locali e definire con loro un pacchetto di interventi a sei mesi, un lancio di cantieri già predisposti».

La social card, che peraltro non fa parte del piano.

«Un modello inaccettabile. Almeno quei pochi soldi li dessero sulle pensioni, così ognuno potrebbe decidere che farne».

L’impostazione è fisiologica alla destra: qualcosa per le imprese, elemosina per i più poveri.

«Certo, lo sguardo compassionevole del miliardario… I conservatori di tutto il mondo ancora non capiscono che la torta dev’essere tagliata tra tutti in modo giusto. Questa crisi ci dovrebbe segnalare che non si va da nessuna parte senza buoni fondamentali delle imprese, senza una equa redistribuzione, senza consumi veri, che non siano a debito. Poi, gli interventi  per il sistema delle imprese mi sembrano di scarsa levatura. Su Ires e Irap non è ancora chiaro che faranno esattamente (è annunciata una riduzione degli acconti del 3%, ndr). E altri interventi il governo li ha dovuti prendere per tappare falle di cui è il primo responsabile. Prendiamo il rinvio del pagamento dell’Iva: avendo tolto l’Ici ai Comuni, e quindi soldi freschi, questi hanno dovuto ritardare i pagamenti alle imprese. E comunque per aiutare il sistema bisognerebbe passare attraverso il sostegno all’innovazione, questo è il punto fondamentale».

E la defiscalizzazione sui premi di produzione, peraltro introdotta dal governo Prodi?

«Male non fa, ma ormai sono superati da una realtà che ci parla di picchi micidiali di cassa integrazione, di disoccupazione in crescita. Gli interventi sul lavoro sono del tutto insufficienti, data la situazione».

Di fronte a tutto questo, il segretario della Cgil Epifani richiama il Pd a “non avere timidezze e ad affrontare i problemi con maggior forza”, riferendosi anche allo sciopero generale del 12 dicembre.
«Alcuni punti della piattaforma presentata dalla Cgil sono stati sollevati da noi già a luglio. Chi critica la Cgil sottovaluta un aspetto essenziale: il problema dei lavoratori, che rischia di diventare molto grave nei prossimi mesi, e che va interpretato. Le  iniziative vanno lette in questa chiave: rispondono da un lato all’inadeguatezza del governo, e dall’alto anche alla preoccupazione di offrire sostegno e sponda a tutti quei lavoratori che già adesso si trovano in difficoltà. Anche perchè le difficoltà rischiano di aumentare in modo vertiginoso».

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«Obama non farà con l’Iran gli errori di Bush nella guerra in Iraq» – L’Unità

Pubblicato da paologobbi su 29 novembre, 2008

di Umberto De Giovannangeli

È l’uomo a cui Barack Obama ha affidato uno dei dossier più caldi di politica estera: quello mediorientale. Lui è Dennis Ross, già inviato speciale per il Medio Oriente negli anni della presidenza di Bill Clinton, consigliere speciale per il Medio Oriente del neopresidente Usa.
Uno dei dossier più caldi che saranno sul tavolo del neopresidente Usa, sarà quello iraniano. Israele teme un appannamento della pressione della Comunità internazionale.

Sono preoccupazioni fondate?

«Direi proprio di no, almeno per ciò che concerne l’importanza che Barack Obama dà alla difesa di Israele e al legame strategico che gli Stati Uniti hanno con esso. Non c’è nessuna sottovalutazione della minaccia iraniana. Il punto è un altro e riguarda il modo migliore, più incisivo per neutralizzare il pericolo iraniano. Quella dell’Iran sarà una delle priorità della nuova presidenza americana. Ma Obama è consapevole che con l’Iran non è possibile riprodurre i gravi errori compiuti con l’Iraq».

C’è chi sostiene che il solo evocare un dialogo con Teheran, come Barack Obama ha fatto nella sua campagna presidenziale, agevola i piani dell’ala dura del regime iraniano.

«Non sono di questo avviso. Non bisogna scambiare il parlare con un atto di cedimento. Semmai è vero l’opposto. Quella che Obama ha intenzione di dispiegare è una strategia inclusiva che innanzitutto chiarisca a tutti i partner internazionali che la questione del nucleare iraniano non è un problema della sola Israele né di Israele e degli Stati, ma è un problema che va affrontato e risolto dalla Comunità internazionale. Parlare significa che ognuno si assume le proprie responsabilità, il che significa, tra l’altro, sostenere e attuare pienamente le sanzioni decise in sede Onu. Nessuno deve avere la possibilità di accampare alibi o affermare che la pressione diplomatica evocata dalla nuova presidenza Usa era solo un paravento propagandistico dietro al quale si celava la vera intenzione: quella di usare l’opzione militare contro Teheran. Una strategia inclusiva è anche un messaggio rivolto all’ Iran. È una chance, vera, che viene offerta. Sprecarla sarebbe una responsabilità gravissima che il regime di Teheran dovrà assumersi innanzitutto nei confronti del popolo iraniano. Questo è un approccio al problema intelligentemente aggressivo. Che coglie anche l’esistenza di divisioni non solo tra la società iraniana e il potere dei Pasdaran, ma all’interno stesso dei vertici del regime, molto meno compatti di quello che la propaganda ufficiale iraniana intende far credere».

La minaccia iraniana e quella terroristica. A Gerusalemme c’è chi teme un distacco di Obama.

«Non sarà così. Israele sa bene che ogni minaccia che le viene rivolta è una minaccia che investe anche gli Stati Uniti. E sa altrettanto bene che il presidente Obama è legato a Israele con la testa e con il cuore: a unirci è la condivisione dei principi fondanti di una democrazia, il pluralismo, la libertà di espressione…. D’altro canto, l’11 settembre ha rappresentato un passaggio cruciale nei rapporti tra i due Paesi, lasciando un segno indelebile. Il sostegno a Israele è un punto fermo della politica estera americana.Ma per essere fino in fondo amici di Israele, significa non solo garantire assistenza e protezione militare ma anche e soprattutto mettere in campo una strategia politica che aiuti Israele a ricercare una pace nella sicurezza con i palestinesi e i vicini arabi. D’altro canto, l’assenza di alternative ha finito per rafforzare Hamas. Anche su questo terreno, il presidente Obama non commetterà gli errori del suo predecessore: la pace fra israeliani e palestinesi sarà da subito una delle priorità della sua agenda internazionale».

Lei ha affermato che Barack Obama non commetterà gli errori di George W.Bush in Iraq. A cosa si riferisce?
«Alla decisione stessa di muovere guerra all’Iraq di Saddam Hussein. Quella guerra, si è rivelata un tragico errore perché non ha stabilizzato il Medio Oriente e, soprattutto, perché ha avuto una ricaduta negativa nella guerra al terrorismo. Invece di concentrare i nostri sforzi, le nostre migliori energie militari e di intelligence nella caccia a Osama Bin Laden e alla struttura portante di Al Qaeda, si è voluto partire dall’Iraq. Quella guerra non ha reso più sicuro il mondo, né ha contribuito a debellare il terrorismo jihadista».

28 Nov 2008

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Il governo dei bluff: niente detassazione delle tredicesime – L’Unità

Pubblicato da paologobbi su 26 novembre, 2008

Dopo sette mesi di governo, con la crisi economica di mezzo, il momento per sostenere famiglie e lavoratori sembrava essere arrivato. La detassazione delle tredicesime – per quanto fosse un intervento una tantum, per nulla risolutorio – era comunque una boccata di ossigeno epr chi ormai non arriva più nemmeno alla terza settimana del mese. Invece, a un mese da Natale, Berlusconi svela il suo solito bluff. I soldi per detassare le tredicesime non ci sono. Si sono trovati quelli per aiutare le banche, si è tagliato l’impossibile per fare cassa, ma ora che è il momento di ridistribuire, nessuno sa che pesci pigliare.

L’indiscrezione era arrivata già martedì sera: una frase rubata prima di rientrare a casa dopo il Consiglio dei ministri. Poche parole in cui Berlusconi però era già convinto che quelle cifre non erano «sostenibili dal bilancio». Poi, mercoledì mattina la conferma è arrivata dal sottosegretario Bonaiuti: «I costi della detassazione delle tredicesime sono elevati: 5-7,5 miliardi di euro. Cifre difficilmente pensabili in questa fase». Insomma, il discorso è chiuso: la busta paga più ricca, scordatevela. «Gli interventi devono essere suddivisi fra famiglie ed imprese», promette Bonaiuti, ma poi aggiunge che «dobbiamo sì tutelare le famiglie, ma chi dà lavoro sono le imprese».

Deluse quindi le aspettative delle famiglie e del Pd che ancora ieri, per voce del senatore Paolo Nerozzi, tornava a chiedere «un intervento immediato sui redditi, la detassazione delle prossime tredicesime, un intervento sugli ammortizzatori sociali a cominciare dall’aumento delle risorse ad essi destinati dal governo. Il Pd – prosegue ancora Nerozzi – torna a chiedere con forza la cancellazione della norma introdotta nel cosiddetto Dl infrastrutture che prevede una notevole riduzione delle tutele per i lavoratori di aziende in crisi che devono cedere parti o rami d’azienda».

26 Nov 2008

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Sicurezza, Famiglia Cristiana attacca “Misure indegne per uno stato di diritto”

Pubblicato da paologobbi su 18 novembre, 2008

ROMA – “Indegno di uno Stato di diritto”.
Così Famiglia Cristiana di questa settimana nell’editoriale politico, a firma di Beppe Del Colle, dedicato al cosiddetto ‘Pacchetto Sicurezza’ proposto dal ministro dell’Interno Maroni. Per il settimanale cattolico le varie misure previste (ronde, permessi a punti, schedatura dei senza fissa dimora, ecc.) hanno due caratteristiche comuni: “L’inutilità ai fini a cui sono rivolte e l’estrema difficoltà a metterle in pratica da parte di uno Stato la cui giustizia e la cui burocrazia già faticano a tenere il passo delle normali incombenze”.

E non solo. Secondo Famiglia Cristiana, “esse scontano le conseguenze di un’esagerata descrizione della realtà, come ha dimostrato il caso suscitato dalla decisione, presa nel giugno scorso da Maroni, sul rilevamento delle impronte digitali ai bambini rom… I nomadi di origine rom e sinti erano molti meno di quelli denunciati, e la loro schedatura – soprattutto dei bambini – è stata effettuata con metodi diversi e più tradizionali, d’intesa con la Croce Rossa; anche se questa pratica più civile e più umana, decisa d’accordo con il sindaco Alemanno, è costata la destituzione al prefetto di Roma, Carlo Mosca”.

(18 novembre 2008)

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