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Le bugie dell’imperatore – la Repubblica

Pubblicato da paologobbi su 4 giugno, 2009

di M.Giannini

Le bugie dell'Imperatore

Berlusconi a “Porta a Porta”

Nella Repubblica fondata sulla menzogna, può accadere che il presidente del Consiglio menta non solo sulla sua pelle (le sue frequentazioni private e l’utilizzo a fini personali dei voli di Stato) ma anche sulla pelle degli altri. Ieri sera, nel solito, comodo salotto di Bruno Vespa, Silvio Berlusconi ha detto due colossali bugie. 

La prima bugia, la più scandalosa perché dolorosa, riguarda i disoccupati e i precari. “Abbiamo, ed è già operativo, accorciato le pratiche per la cassa integrazione – ha dichiarato il premier – e tutti coloro che perdono il lavoro hanno il sostegno dello Stato. Copriamo fino all’80% dell’ultimo stipendio, ma la gente che segue anche dei corsi può arrivare quasi al 100% dell’ultimo stipendio… I “co.co.pro.” possono avere una percentuale rispetto a quello che hanno introitato rispetto all’anno precedente… Ed è tutto già operativo”. Delle due l’una. O non sa di cosa parla. O specula politicamente sulla vita della povera gente. 

Non lo dicono i pericolosi “comunisti” del Pd. Lo dice la Banca d’Italia: ”Il nostro sistema di protezione sociale – ha spiegato il governatore Mario Draghi nelle Considerazioni finali della scorsa settimana – rimane frammentato. Lavoratori identici ricevono trattamenti diversi solo perché operano in un’impresa artigiana invece che in una più grande. Si stima che 1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati non abbiano diritto ad alcun sostegno in caso di licenziamento. Tra i lavoratori a tempo pieno del settore privato oltre 800 mila, l’8% dei potenziali beneficiari, hanno diritto a un’indennità inferiore ai 500 euro al mese… La Cassa integrazione ordinaria è stata diffusamente usata… la sua copertura potenziale è tuttavia limitata – interessa un terzo dell’occupazione dipendente privata – e fornisce al lavoratore un’indennità massima inferiore, in un mese, alla metà della retribuzione media dell’industria… Per oltre 2 milioni di lavoratori temporanei il contratto giunge a termine nel corso di quest’anno. Più del 40% è nei servizi privati, quasi il 20 nel settore pubblico. Il 38% è nel Mezzogiorno”. Così stanno le cose nella realtà, fuori dalla fiction berlusconiana. 

La seconda bugia il Cavaliere l’ha detta proprio sui fondi per il Mezzogiorno. “I fondi Fas ammontano a 57 miliardi – ha annunciato solennemente – e abbiamo mantenuto l’85% al Sud e il 15% al Nord. Non li abbiamo ancora attribuiti perché non vogliamo che vadano a finire nelle spese correnti, ma là dove sono destinati dall’Europa ovvero per le infrastrutture. 

Quando una Regione ci presenta un piano infrastrutture noi li diamo. Se invece li spende per stipendi o per spese correnti non li diamo”. Delle due l’una. O non sa di cosa parla. O racconta l’ennesima frottola a spese dei poveri meridionali. Non lo dicono i sovversivi “bolscevichi” dell’opposizione, ma i numeri del Tesoro. La suddivisione dei Fondi Fas all’85% per il Sud e al 15% per il Nord non è una decisione di questo governo, ma una norma consolidata e varata dalla Legge Finanziaria del 2002. Non solo. I fondi Fas in cassaforte, all’inizio di questa legislatura, ammontavano a 63 miliardi. La prima manovra di Tremonti ne ha subito tagliati 10. Dei 53 rimasti, 26 miliardi sono fondi nazionali e 27 sono fondi regionali. 

I primi, invece di essere usati per investimenti nelle aree depresse, sono stati impiegati dal governo per finanziare spese correnti di ogni genere: dagli sgravi Ici ai più abbienti all’Alitalia, dalle quote latte alla copertura dei disavanzi comunali di Roma e Catania. I secondi, per i quali è prevista la compartecipazione dell’Unione europea, non sono nella disponibilità del governo centrale ma degli enti locali. Così stanno le cose nel mondo vero, fuori dal “set” virtuale berlusconiano. 

Sarebbe stato bello se, nello studio di “Porta a porta”, qualcuno avesse sollevato qualche obiezione al Cavaliere, e gli avesse fatto notare l’inconsistenza dei suoi seducenti “annunci” e l’incongruenza delle sue sedicenti “verità”. Ma ancora una volta, in quella “dependance” televisiva di Palazzo Grazioli è risuonato solo il Verbo dell’Imperatore.

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Europee, il Pd decide le liste Capilista Berlinguer e Cofferati – Politica – Repubblica.it

Pubblicato da paologobbi su 21 aprile, 2009

Franceschini: “Le nostre sono candidature vere. Idv e Pdl scorretti”
La replica di Di Pietro: “Fa il furbo. Anche lui candida amministratori in carica”

Europee, il Pd decide le liste Capilista Berlinguer e Cofferati

C’è anche Rosaria Capacchione, la giornalista del Mattino minacciata dalla camorra
I democratici voteranno sì al referendum. Verso il voto il 21 giugno

Europee, il Pd decide le liste Capilista Berlinguer e CofferatiDario Franceschini
ROMA - La squadra è fatta. Il Pd ha dato il via libera ai nomi dei candidati per le elezioni europee di giugno. Una lista “approvata all’unanimità” dice il segretario Dario Franceschini. Ieri sera, dopo diverse riunioni, il vertice del partito aveva trovato l’intesa sulle circoscrizioni. E oggi l’ha ufficializzata con un voto quasi unanime.   

Nel Nord-est la lista sarà guidata da Luigi Berlinguer, nel Sud da Paolo De Castro (in lista anche Rosaria Capacchione, la giornalista del Mattino minacciata dalla camorra, e l’europarlamentare uscente Gianni Pittella). Gli altri capilista sono Sergio Cofferati per il Nord-Ovest, David Sassoli per il Centro, Rita Borsellino per le Isole. Tra i candidati, Debora Serracchiani, Vittorio Prodi, Salvatore Caronna. 

Nel Nord-Ovest sono in lista anche Patrizia Toia e Gianluca Susta. Al Centro Sassoli è seguito dal sindaco uscente di Firenze, Leonardo Domenici, al terzo posto c’è Silvia Costa. Nella circoscrizione Sud compaiono anche due assessori della giunta Bassolino, Angelo Montemarano e Andrea Cozzolino. Infine, nella lista delle Isole c’è anche la ex segretaria del Pd sardo, Francesca Barracciu. 

“Le nostre sono liste vere, fatte da persone che se verranno elette resteranno in Europa per tutta la legislatura – dice Franceschini – Berlusconi e Di Pietro fanno uno cosa scorretta, non si può chiedere la preferenza agli italiani per un posto che la legge impedisce di occupare. Vogliamo reintrodurre serietà nella politica italiana”. L’ex pm sostiene poi che “il Pd non ha il coraggio di affrontare di petto e contrastare la candidatura di Berlusconi con i suoi massimi dirigenti”. 

Immediata la replica del leader dell’Idv Antonio Di Pietro: “Ora anche Franceschini fa il furbo: dice che il Pd non candiderà amministratori in corso di mandato e poi invece li candida come dimostra la candidatura in Sicilia di Rosario Crocetta, sindaco in carica a Gela. Quindi è Franceschini scorretto”. 

Toccando il tema ancora aperto della collocazione europea del Pd, Franceschini ha sintetizzato la sua posizione con la formula “non nei socialisti, bensì con i socialisti”. Questo esclude la possibilità che gli europarlamentari eletti del Pd possano dividersi a Strasburgo, sedendosi qualcuno nel Pse (gli ex Ds) e qualcuno con i Liberaldemocratici (gli ex Margherita). 

La riunione ha affrontato anche il tema del referendum elettorale. Accogliendo la prosta di Franceschini di votare sì al quesito. Il segretario, dopo la bocciatura dell’election day da parte del governo, punterebbe al 21 giugno. Per Franceschini il voto a favore non sarebbe però motivato da un apprezzamento per il modello di legge elettorale che uscirebbe dall’abrogazione della legge attuale, ma piuttosto una premessa per modificare il sistema di voto. Ma “già da oggi sfidiamo la maggioranza perchè si impegni in Parlamento a modificare la legge elettorale in modo da restituire agli italiani il diritto di scegliere chi li rappresenterà” commenta il segretario. 

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Le bugie nel palazzo le risse nel cortile – E. Scalfari

Pubblicato da paologobbi su 23 novembre, 2008

I GOVERNI aspettano, nessuno ha voglia di fare la prima mossa. Neppure l’America, messa in angolo dalla troppo lunga transizione tra il presidente uscente e quello già eletto ma non ancora governante. Neppure l’Europa dove la Banca centrale promette un ribasso del tasso di interesse e la Commissione di Bruxelles studia un piano di intervento sulle infrastrutture che è ancora sotto limatura e in mancanza del quale i governi nazionali rinviano le decisioni di loro competenza.

I governi dunque aspettano ma la crisi dell’economia no. Le Borse continuano a crollare, le aziende a licenziare, le famiglie a stringere la cinta. Il Natale non si preannuncia allegro per nessuno; forse, una volta tanto, sarà una festa religiosa per i credenti e un momento di riflessione e di consuntivo morale per tutti.

Questa domenica vorrei fare anche un po’ di chiarezza sul programma di sostegno dei redditi e delle imprese che il nostro ministro dell’Economia sta preparando e che, salvo ulteriori rinvii, dovrebbe essere varato dal Consiglio dei ministri il 28 prossimo. Ma vorrei anche esprimere qualche opinione sulla politica italiana e in particolare sul centrosinistra. Di solito evito questo tema, sa troppo di politichese, un genere che mi appassionava in passato ma che ha perso da tempo lo smalto che aveva. Ci sono tuttavia momenti nei quali la politica evoca di nuovo una scelta morale. Stiamo vivendo uno di quei momenti nonostante la diffusa mediocrità degli apparati e delle oligarchie. Perciò mi sembra doveroso parlare anche di questo tema.

Me ne offre lo spunto la conversione del presidente del Consiglio dalla strategia di aggressività nei confronti di chiunque metta in discussione le sue decisioni ad un’improvvisa apertura verso i sindacati, verso il movimento degli studenti e verso quei settori e quei ceti che, sotto l’impatto della crisi economica, cominciano a risvegliarsi dall’ipnosi e a chiedere non più annunci ma fatti concreti.

Le aperture del presidente del Consiglio sono ancora molto caute e contraddittorie, contrastano con la sua natura che lo spinge ad occupare interamente la scena senza condividerla con nessuno, alleato o avversario che sia. Ma la forza dei fatti e le necessità che ne derivano lo inducono a tentare un percorso diverso. Fino a che punto diverso?

L’esperienza ci ha insegnato che le aperture berlusconiane hanno un arco di oscillazione molto limitato. La sola opposizione accettabile è per lui un’opposizione al guinzaglio che si accontenti di qualche briciola e di qualche pacca sulle spalle, che rida alle sue barzellette, che si contenti di essere invitata a cena e trattata con buone maniere. Carota sì, purché si intraveda che il bastone è sempre lì, poggiato in un angolo a portata di mano.

Certo se quella parte di Italia che lo sente incompatibile si innamorasse improvvisamente di lui le cose cambierebbero molto. Per ora l’innamoramento è avvenuto per pochi e non sempre, anzi quasi mai, per conversione sulla via di Damasco ma piuttosto con motivazioni di tornaconto personale. Non è questo che vuole il sire di Arcore e di Palazzo Grazioli. Perciò quel momento magico tarda a venire. Per fortuna, perché quello sì, sarebbe la fine della democrazia italiana.

* * *

Intanto il Partito democratico versa in serie trambasce. Le lacerazioni interne non sono una novità e del resto esistono in tutti i partiti e in tutto il mondo. La sinistra però ne è affetta molto più della destra perché storicamente la sua natura è ideologica. Infatti profonde lacerazioni vi sono nella Spd tedesca, nel Partito socialista francese, tra i laburisti inglesi. E’ accaduto perfino in Usa durante la campagna elettorale tra Obama e l’ala clintoniana del partito.

Qui da noi le lacerazioni del Pd viaggiavano sotto traccia fin da quando Veltroni fu chiamato alla “leadership” nell’autunno del 2007 quando il governo Prodi e la legislatura erano oramai alla fine. La sua ascesa alla segreteria fu voluta dai due gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita, cioè dall’Ulivo che si trasformò rapidamente in un partito nuovo e affrontò pochi mesi dopo le elezioni politiche guidato dall’ex sindaco di Roma, confermato nel ruolo di leader da tre milioni e mezzo di votanti alle primarie del partito.

Se miracolosamente avesse vinto le elezioni la compattezza del nuovo partito sarebbe stata garantita dall’interesse di tutti cementato dal potere e dall’assenza di contrasti politici. La cornice generale era infatti interamente condivisa: un partito aperto e innovatore che aveva unificato il riformismo laico e quello cristiano, uscito dalle ceneri dell’alleanza con la sinistra estrema che aveva segato il governo Prodi.

La sconfitta elettorale era nel conto ma mancando il cemento del potere emersero le lacerazioni. Non c’era un contrasto nella visione del bene comune e neppure dei mezzi da impiegare per realizzare quell’obiettivo; c’era però materia per uno scontro di potere all’interno del partito. Il Pd aveva difatti incassato un risultato elettorale del 33 per cento dei voti espressi, un partito riformista che aveva ottenuto il consenso di un terzo del corpo elettorale non si era mai visto nella storia italiana, né in tempo di repubblica, né in tempo di monarchia.

I contrasti rimasero tuttavia sotto traccia, ma col passare dei mesi e con la stupefacente luna di miele tra Berlusconi e la pubblica opinione, diventarono sempre più evidenti, nacquero fondazioni che sotto l’apparenza culturale si atteggiavano a vere e proprie correnti. In particolare quella guidata da D’Alema che si dette addirittura un assetto territoriale.

L’obiettivo sembrò esser quello di logorare la leadership veltroniana anche a costo di danneggiare la compattezza del partito ancora in fase organizzativa.
Infine, proprio in queste ultime settimane, arrivarono due mosse strategiche di Berlusconi: la rottura con la Cgil e l’elezione del senatore Villari alla guida della Commissione di vigilanza sulla Rai con i voti della destra e contro il candidato dell’opposizione. Su questa micidiale doppietta lo scontro interno al Pd è esploso in piena luce sotto l’antica e mai risolta rivalità tra Veltroni e D’Alema.

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Con tutto quello che sta accadendo nel mondo uno scontro di cortile è quanto di più mediocre e provinciale si possa immaginare. Frustrante per gli elettori e i simpatizzanti di un partito ancora allo stato nascente ma con un seguito nient’affatto trascurabile come ha dimostrato qualche settimana fa l’imponente raduno del Circo Massimo, poi il rilancio nei sondaggi che vedono il Pd di nuovo al 32 per cento, poi la vittoria elettorale nella provincia di Trento, infine l’inizio d’uno smottamento sociale del consenso berlusconiano.

D’Alema, nel suo ruolo di sfidante, nega sia pure a fior di labbro che lo scontro vi sia, ma i fatti lo smentiscono. Parlano per lui i suoi luogotenenti e i media da lui in qualche modo influenzati. L’attacco a Veltroni è il punto di convergenza di tutte queste voci.

Il testo che traccia con più chiarezza quest’indirizzo politico lo si trova in un articolo di Galli Della Loggia pubblicato di fondo sulla prima pagina del “Corriere della Sera” di martedì scorso, quanto mai rivelatore. L’accusa a Veltroni è motivata dal suo supposto appiattimento su Di Pietro che sarebbe incompatibile con la linea riformista del Pd tradita dal segretario del partito. “Il riformismo – scrive l’autore – ha avuto un rigoglioso sviluppo quando ha rifiutato il massimalismo ed è stato invece condannato al declino quando si è confuso con esso”.

Sbagliato in tutti e due questi assunti. Il riformismo italiano è sempre stato minoritario e non ha mai raggiunto un terzo del corpo elettorale come è invece avvenuto per il Pd. Quanto all’appiattimento su Di Pietro i fatti smentiscono la tesi di Della Loggia: né la scelta di Orlando a candidato per la Vigilanza Rai può essere considerata una prova a carico e basterebbe a dimostrarlo il fatto che la scelta fu concordata anche con l’Udc di Casini che non può certo essere definita come una formazione politica massimalista.

Al contrario, la corrente dalemiana, in mancanza di un vero dissenso politico cui appoggiarsi, ha compiuto atti e pronunciato dichiarazioni di sistematica denigrazione ai danni del leader del Pd, culminate nell’appoggio palese e ripetuto verso il neoeletto alla Vigilanza Rai: esempio emblematico della strategia della destra e della spregiudicatezza di una corrente interna del centrosinistra.

Queste risse di cortile sono deprimenti, specialmente in una fase di crisi mondiale che vorrebbe un’opposizione compatta e responsabile, non distratta da beghe interne e capace di offrire all’opinione pubblica risposte convincenti e di formulare in Parlamento contributi per la soluzione dei problemi che incombono.

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Quei problemi non sono né potevano essere avviati a soluzione dal G20 svoltosi a Washington pochi giorni fa. Quel “meeting” al quale per la prima volta hanno partecipato alcune delle potenze emergenti come la Cina, l’India, il Brasile, ha avuto un solo risultato storico: ha gettato le basi di una inevitabile redistribuzione del potere mondiale. Anche in termini istituzionali. La prima conseguenza concreta sarà infatti una redistribuzione già allo studio delle quote di partecipazione dei paesi emergenti al Fondo monetario internazionale e agli altri analoghi organismi. Al di là di questo, peraltro importantissimo, risultato nient’altro è stato né poteva esser deciso in attesa che il nuovo presidente eletto sia insediato alla Casa Bianca il 20 gennaio.

Ma poiché la crisi non aspetta, l’Europa renderà noto un documento programmatico mercoledì prossimo e il governo italiano dal canto suo ne emetterà uno proprio il prossimo venerdì. Poiché sia l’uno sia l’altro sono già conosciuti nelle loro grandi linee, vediamo di che si tratta.

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Il piano della Commissione europea mobilita 130 miliardi di euro per il 2009, dopo la ratifica dell’Ecofin. Una cifra rispettabile, destinata interamente a costruzione di infrastrutture d’importanza europea e nazionale. Rappresenta la sommatoria dell’1 per cento del Pil dei 27 paesi dell’Unione. Ciascuno di essi mobiliterà risorse per eseguire le opere sul proprio territorio previa notifica alla Commissione che dal canto suo erogherà a supporto risorse proprie per integrare quelle stanziate dai singoli governi. Le risorse della Commissione saranno tratte dal bilancio europeo e poiché il loro ammontare eccederà rispetto alle disponibilità esistenti, i 27 paesi dovranno accrescere di altrettanto le loro contribuzioni all’Unione.

Si tratta dunque, in larga misura, di una complessa partita di giro dall’Unione verso i paesi membri e da questi verso l’Unione che, comunque, dovrà spostare i fondi da alcuni capitoli di spesa ad altri capitoli. Si chiama “raddrizzamento”. Ovviamente anche il Parlamento di Strasburgo dovrà dire la sua in proposito. Se volete il mio parere, definirei questo programma le nozze coi fichi secchi, una mano dà, l’altra mano prende. In napoletano si direbbe “facimmo ammuina”.

La Commissione ha anche stabilito che i singoli paesi membri possano diminuire l’Iva (imposta sovranazionale) per alleggerire i rispettivi pesi tributari. Infine ha messo su carta l’autorizzazione a sforare la soglia del 3 per cento di deficit/Pil a condizione che lo sforamento non sia superiore ai sedici mesi e non sia maggiore dell’1 per cento. Questi due provvedimenti hanno una loro reale sostanza e consentiranno politiche anticicliche. Secondo me avrebbero dovuto essere adottati almeno sei mesi fa quando già era evidente l’arrivo della tempesta e così pure la riduzione dei tassi d’interesse da parte della Banca centrale europea, che ancora centellina i ribassi mentre le economie reali sono sconvolte dalla depressione.

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Gli 80 miliardi di euro di Tremonti, come ormai hanno capito tutti, sono uno spottone mediatico. Anche lui come la Commissione brussellese, sposta di qua e sposta di là, preleva risorse già impegnate dall’anno scorso ma non spese, attiva opere pubbliche che avrebbero dovuto essere eseguite dal 2001 o almeno dal giugno 2008 e che giacevano e ancora giacciono nei rispettivi capitoli di copertura o nei fondi d’attesa previsti dalle leggi di bilancio.

Gli 80 miliardi dunque sono spese ritardate o coperture destinate ad altri scopi che ora resteranno scoperti. Tanto per fare un esempio: dieci miliardi erano destinati al Mezzogiorno, sono stati prelevati e saranno usati per opere pubbliche in parte destinate al Mezzogiorno stesso. Semplici movimenti contabili, quasi tutta aria fritta di scritture di giro per ottenere ottimi effetti sui giornali e nei teleschermi. Perciò, cari lettori, non fatevi ingannare dalle apparenze e dalle bugie. Di vero in quelle cifre ci sono soltanto 16 miliardi per infrastrutture che il Cipe doveva indicare tre giorni fa ma ha rinviato perché aspetta di conoscere l’ammuina di Bruxelles per modellarvi sopra la propria

Infine 4 o 5 miliardi per le famiglie, un miliardo per rifinanziare la Cassa integrazione e dare qualche soldo ai precari licenziati. Per le imprese l’Iva da versare al momento dell’incasso (e questo è un buon provvedimento) e il rinvio degli acconti di fine anno. Nessuno sconto sull’Irpef. Detassazione degli straordinari (non serve a niente perché in recessione non ci sono straordinari). Nuovo patto con le banche per migliorare i mutui a tasso fisso (il patto precedente tanto strombazzato non ha avuto alcuno effetto). Sottoscrizione governativa di bond bancari per rafforzarne i patrimoni. Chiedendo in contropartita aperture di credito alle piccole e medie imprese. Questo è quanto. Tarallucci e vino. Infatti piovono critiche da Cgil Cisl e Uil e, nientemeno, anche da Confindustria.

Intanto il petrolio è sceso fino a 49 dollari al barile, il credito diminuisce, i canali interbancari restano intasati, la Citigroup licenzia 52mila dipendenti, lunedì dovremo seguire con estrema attenzione l’andamento di Wall Street, Detroit è un dramma, la Opel tedesco-americana pure. A Torino la Fiat non ride.
La ministra Carfagna ad “Invasioni barbariche” (mai titolo le fu più adatto) si è paragonata a Reagan ed anche a Obama. Berlusconi si è commosso perché Forza Italia è stata sciolta per far nascere nel 2009 il nuovo Partito della Libertà. Lo scioglimento è stato approvato con un dibattito di venti minuti. Berlusconi ha nell’occasione rimproverato la Rai perché “parla solo di crisi e il mio messaggio non riesce a passare”.
Questo è quanto ci passa il nostro convento. Poiché non c’è di meglio accontentiamoci. Ma per quanto?
(23 novembre 2008)

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Non siamo nostalgici – di W. Veltroni – Corriere della Sera

Pubblicato da paologobbi su 19 novembre, 2008

Caro direttore,
la coscienza storica è essenziale al dibattito pubblico e alla politica. A patto però che non sia utilizzata per leggere il presente, e il futuro con le categorie del passato. Mi è parso incorrere in questo vizio l’editoriale di una persona che stimo come Ernesto Galli della Loggia, pubblicato sul Corriere di ieri. Galli rimprovera al Pd e al suo segretario di aver abbandonato l’ambizione, la vocazione «maggioritaria» e di essere ritornato, dopo la sconfitta elettorale, alla nostalgia dell’unità delle sinistre: ricalcando in questo modo la cultura che fu del Pci e la linea del «niente nemici a sinistra», da sempre pietra tombale di ogni riformismo. Gli argomenti empirici che Galli riesce a produrre a sostegno della sua tesi «continuista» sono in realtà alquanto discutibili.

Egli stesso se ne rende conto, quando scrive, in calce all’elenco dei capi d’accusa, che «di per sé, naturalmente, nessuna di queste scelte è una scelta esplicita per l’unità delle sinistre ». Solo una ideologia della insuperabilità dei limiti storici, culturali prima ancora che politici, della sinistra italiana, può trasformare questi incerti argomenti nel giudizio netto e definitivo pronunciato da Galli. In effetti, la storia di questo primo anno di vita del Pd è assai diversa e racconta del sorgere e del progressivo affermarsi e radicarsi, per la prima volta nella storia d’Italia, di un moderno riformismo di popolo, dalle dimensioni di massa, largamente prevalenti nel campo del centrosinistra. Ciò è avvenuto e continua a verificarsi, non in astratto, ma dentro e attraverso la lotta politica, con le sue inevitabili contraddizioni e tortuosità, certamente, ma anche con le sue innegabili rotture e inequivocabili discontinuità. Con la sua nascita e la sua affermazione elettorale, che lo ha portato di un balzo, pur nella sconfitta, alle dimensioni dei grandi partiti riformisti e democratici dell’Occidente, il Pd ha risolto la lunga «contesa a sinistra»: grazie alla convergenza di tutti i riformisti in una casa comune, il centrosinistra è stato liberato non solo dalla egemonia del comunismo, finita con il 1989, ma anche dal complesso unionista del «niente nemici a sinistra», che per troppo tempo aveva impedito al riformismo di dispiegare compiutamente la sua cultura di governo e il suo progetto di cambiamento della società italiana.

E ciò è avvenuto non con operazioni a tavolino, ma dando battaglia, al cospetto degli elettori, proprio sui due fronti di cui parla Galli: quello dell’avversario di centrodestra, l’asse Pdl-Lega, e quello del competitore a sinistra, radunato da Bertinotti sotto le insegne dell’Arcobaleno. All’indomani delle elezioni, il Pd ha affrontato a viso aperto, anche attraverso un tormentato dibattito interno, la tentazione del richiamo della foresta: tornare all’unionismo frontista, o impostare la propria opposizione nel segno dell’antiberlusconismo giustizialista. La tentazione è stata vinta: abbiamo detto no a piazza Navona e no al referendum sul lodo Alfano. Abbiamo scelto di sfidare la maggioranza e il governo su un altro terreno, quello delle grandi questioni economiche e sociali: dai salari al fisco, dal welfare alla scuola e all’ Università. Su questi temi abbiamo chiamato alla mobilitazione il nostro popolo e abbiamo dato vita, al Circo Massimo, alla più grande manifestazione riformista della storia d’Italia: una manifestazione convocata contro la politica economica e sociale del governo, palesemente inadeguata ad affrontare con determinazione i grandi problemi dell’Italia, e in nome di una piattaforma alternativa, al tempo stesso radicale, nei suoi principi e valori, e moderata nel gradualismo dei suoi obiettivi, come è proprio di ogni vero riformismo.

Attorno a questa piattaforma, che punta a sgravi fiscali per salari, stipendi e pensioni, finanziati con tagli selettivi alla spesa pubblica, a un nuovo sistema di ammortizzatori sociali, fondato su un chiaro superamento dell’attuale dualismo tra garantiti e precari, a misure di sostegno al credito per le piccole imprese, al rilancio della scuola, dell’Università e della ricerca, attraverso riforme che premino il merito e la qualità, il Pd lavora alla costruzione di una larga coalizione sociale, ad una nuova alleanza tra lavoro e impresa, grande e piccola, tra lavoratori dipendenti e autonomi, tra lavoro e sapere: una coalizione orientata al futuro e alle giovani generazioni. E’ lungo questa via che il Pd sta costruendo, dandosi il tempo che è necessario sotto il cielo di ogni paese democratico, quella che Galli chiama «una linea politica d’opposizione capace di tenere insieme, e di rendere egualmente visibili, il profilo riformista del suo partito da un lato, e dall’altro la chiarezza del quotidiano contrasto rispetto al governo ».

Un contrasto, quello col centrodestra, che non è solo programmatico, ma anche culturale e ideale. Il Pd scommette sulle risorse morali, prima ancora che materiali, della società aperta, di un mercato regolato, della democrazia liberale e quindi della divisione dei poteri e del potere. Dall’altra parte, si scommette invece sulla concentrazione del potere, sulla cultura della delega, sul primato della forza sulle regole. Non è un caso se, come ha notato a più riprese il Corriere, il Pd guarda da tempo alla esperienza dei democratici americani e alla straordinaria novità rappresentata da Barack Obama. Così come non è un caso se con il governo Berlusconi si è stabilita una inedita «special relationship» con la Russia di Putin. Davvero la storia non è un eterno ritorno dell’identico.

Walter Veltroni

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News dal PD

Pubblicato da paologobbi su 18 novembre, 2008

VELTRONI E L’UNITA’ DELLA SINISTRA

La fine di un solista

La linea del «niente nemici a sinistra» è sempre stata la pietra tombale di ogni riformismo.

di Ernesto Galli Della Loggia

Un passo dopo l’altro il Pd sembra rimangiarsi il suo impegno di neppure un anno fa di «andare da solo», di considerarsi potenzialmente maggioritario, e dunque di non avere bisogno di nessuna «unione» con altri. Come conseguenza, un passo dopo l’altro ritorna d’attualità l’unità delle sinistre. Lo indica tutta una serie di fatti: dalla nessuna presa di distanza da parte del Pd nei confronti della linea dura della Cgil di Epifani, all’appoggio senza riserve offerto al movimento contro le riforme volute dal ministro Gelmini, che pure hanno riscosso un favore tutt’altro che limitato al centro destra, alla crescente tentazione dell’antiberlusconismo duro e puro presentato di nuovo come argine necessario contro il «regime», alla gestione della questione della Commissione di vigilanza sulla Rai, infine alla presentazione di una candidatura unitaria (espressa dall’Italia dei Valori, e anche questo è significativo) per le elezioni regionali in Abruzzo.
Di per sé, naturalmente, nessuna di queste scelte è una scelta esplicita per l’unità delle sinistre. Esse lo diventano però dal momento che, complessivamente, allontanano inevitabilmente il Pd da una posizione riformista spostandolo su posizioni agitatorie e radicali tradizionalmente proprie delle forze alla sua sinistra, dai Verdi a Rifondazione. Sono scelte, ad esempio, che fanno incontrare al Partito democratico una piazza che esso ormai conosce e controlla solo in parte, e di cui quindi finisce spesso per essere più la coda che la guida. Sono scelte che di fatto consegnano la bandiera dell’opposizione, e dunque anche quella del Pd, nelle mani di categorie (i piloti), di pezzi di sociale (il magma studentesco), di protagonisti (Di Pietro, i comici!), che in realtà hanno a che fare poco o nulla con un moderno partito riformista. L’unità delle sinistre si sta riformando nelle piazze e negli studi televisivi.

E’ chiara qual è la causa immediata di questo lento ma deciso abbandono da parte del Pd delle posizioni «soliste» abbracciate poco prima delle ultime elezioni. E’ la debolezza della leadership di Walter Veltroni. Azzoppato dalla dura sconfitta elettorale; insidiato dalle continue, inestinguibili, lotte interne; incapace di comporre in un accettabile grado d’unità le due o tre diverse anime confluite nel Pd, Veltroni non è ancora riuscito a trovare — e a praticare — una linea politica d’opposizione capace di tenere insieme, e di rendere egualmente visibili, il profilo riformista del suo partito da un lato, e dall’altro la chiarezza del quotidiano contrasto rispetto al governo. Così, sentendo il terreno mancargli ogni giorno sotto i piedi, si è «buttato a sinistra », come si dice. Privo del consenso degli elettori ha cercato almeno quello dei manifestanti; persa la battaglia dei votanti, si è messo a sperare nelle lotte dei «movimenti». E ha consentito, anche con la sua voce, che divenissero sempre più forti le voci del no, della contrapposizione di principio, di un’esibita quanto dubbia diversità antropologica.

Ma non c’è solo la debolezza di un leader dietro la svolta in atto che sta irresistibilmente spingendo il Pd verso una riedizione dell’unità delle sinistre. C’è qualcosa di più profondo, ed è la sua evidente difficoltà di condurre una lotta politica su due fronti: proprio quella lotta, cioè, che, specie nell’ambiente italiano, così pervaso di vecchi e sempre nuovi massimalismi, è la linea obbligata di un partito riformista. Ma è un obbligo che il Partito democratico fa una terribile fatica ad assolvere perché per farlo dovrebbe abbandonare (e forse non avere mai neppure conosciuto) quella cultura di antica matrice comunista che esso invece ancora si porta dentro. Cultura che ha la sua premessa decisiva nell’idea che nella storia, alla fine, c’è posto solo per due parti: quella del bene e quella del male, destinate allo scontro finale.

Come evitare, però, se si adotta questa visione l’obbligo di stare tutti i buoni dalla stessa parte, tutte le sinistre insieme a sinistra? Si dirà che però di battaglie su due fronti, e cioè anche contro formazioni alla sua sinistra, il vecchio Pci ne fece tante: per esempio contro i trotzkisti o contro il terrorismo goscista. E’ vero, ma non a caso, come ognuno ricorda, ogni volta esso sentì il bisogno, per farlo, di qualificare pubblicamente i propri avversari di sinistra come «fascisti» (lo stesso Craxi e i suoi non sfuggirono all’epiteto): ristabilendo così la dicotomia accennata sopra. In forza della quale, insomma, a sinistra c’è posto solo per una parte, per i buoni: cioè per «noi» e i nostri amici; tutti gli altri non possono che essere finti buoni, lupi travestiti da agnelli, «fascisti» appunto. Solo la cultura del riformismo socialista, rifiutando una visione manichea della storia, ha avuto storicamente la possibilità di combattere vere battaglie su due fronti, contro la destra e contro la sinistra radicale (perlopiù comunista), chiamando quest’ultima con il suo nome e accettando la sfida a sinistra. Il Pd, invece, è preso in una morsa: se vuole essere riformista si trova di fatto ad avere, anche stando all’opposizione, dei nemici a sinistra che il suo riformismo stesso gli impedisce però di considerare «fascisti»; ma non essendo ideologicamente riformista abbastanza, non riesce ad accettare di essere combattuto e di combattere tali nemici, rinunciando all’idea di farseli in qualche modo alleati. Nasce da qui, alla prima occasione, il ricorrente miraggio dell’unità delle sinistre, altra faccia obbligata del «niente nemici a sinistra»: una linea che è sempre stata la pietra tombale di ogni riformismo. Schiacciato dalla quale Walter Veltroni minaccia di concludere oggi la sua appena iniziata avventura di «solista».

18 novembre 2008

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