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Grecia, scontri in tutto il Paese Studenti di nuovo in piazza – La Repubblica

Pubblicato da paologobbi su 8 dicembre, 2008

ATENE - Dura pochissimo la calma in Grecia. Dopo i violenti scontri seguiti all’uccisione di un ragazzo ad opera di un poliziotto, e l’arresto dell’agente, la situazione, oggi, è nuovamente esplosa: ancora scontri tra polizia e manifestanti in molte città elleniche. Scene da battaglia urbana a Salonicco, dove i manifestanti hanno preso d’assalto un posto di polizia, e ad Atene, dove il partito comunista KKE, assieme ad altri gruppi di estrema sinistra, è sceso nuovamente per le strade. Incidenti anche a Trikala, dove sono rimasti feriti tre poliziotti. E ancora disordini e violenze a Patrasso, Kavala, Corfù e Creta. Intanto, il premier Costas Karamanlis, nel suo primo discorso pubblico dall’inizio degli scontri, ha detto che ”le azioni inaccettabili e pericolose non verranno tollerate”.

Guerriglia per le strade. Dalla capitale a Salonicco, passando per l’isola di Rodi, le scene sono le stesse: cariche della polizia, vetri rotti sparsi a terra, fumo dei lacrimogeni, bombe molotov e sassaiole. E ancora: auto, banche e supermercati in fiamme.

Allerta massima. Continua a serpeggiare la rabbia per la morte di Andreas Grigoropoulos, 15 anni, freddato dalla pistola della polizia nel quartiere di Exarchia. Il governo di centrodestra si dice addolorato per la morte del giovane e ha promesso di fare giustizia. Ma, ha aggiunto, “è deciso a far rispettare la legge” denunciando le gravi violenze che hanno provocato grandi distruzioni, diversi feriti e fermati ad Atene, Patrasso, Salonicco, Creta.

“Tolleranza zero”. Il premier Karamanlis ha infatti affermato che le violenze dei manifestanti “non saranno tollerate, lo Stato proteggerà i cittadini”. Mentre il partito di estrema destra Laos chiede una commissione parlamentare d’inchiesta, per fare luce sulle continue provocazioni e violenze urbane di “sedicenti anarchici e delle altre forze collegate”.

Proteste all’estero. Le manifestazioni sono uscite anche dai confini nazionali e sono arrivate in Germania e in Gran Bretagna. A Berlino un gruppo di dimostranti ha occupato il consolato greco, sostituendo la bandiera con un lenzuolo bianco con il nome del ragazzo e la scritta “assassini di Stato”. A Londra, alcune decine di persone hanno protestato di fronte all’ambasciata ellenica e la polizia ha arrestato tre manifestanti che avevano dato fuoco alla bandiera.

L’omicidio. Tutto è iniziato con una delle tante manifestazioni studentesche contro la contestata riforma universitaria. Quando è stato ucciso, Grigoropoulos si trovava con una trentina di altri ragazzi nel suo quartiere per una mini-protesta. Una volante è intervenuta e ci è scappato il morto. Gli agenti sostengono che la banda abbia aggredito a sassate la loro auto durante il turno di pattuglia ma testimoni oculari parlano soltanto di insulti dei manifestanti contro la polizia.

Università
. Le autorità hanno annunciato che le università di Atene e Salonicco, adesso occupate, resteranno chiuse per un paio di giorni. Le proteste e le violenze di questi ultimi giorni hanno interessato anche le città di Ioannina e Patrasso, anche qui con lanci di pietre contro la polizia e auto incendiate. La protesta coinvolgerà anche i professori universitari che da oggi si asterranno per tre giorni dalle lezioni. Blog studenteschi, inoltre, hanno esortato gli allievi di ogni ordine e grado a boicottare le scuole.

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Corte dei Conti boccia condoni 2003 “Buco da 5,2 miliardi su 26 previsti” – Repubblica

Pubblicato da paologobbi su 18 novembre, 2008

ROMA – La raffica dei condoni fiscali introdotti con la Finanziaria 2003 dal governo Berlusconi non ha dato i frutti sperati: mancano all’appello 5,2 miliardi, mai versati, rispetto ai 26 che sarebbero dovuti affluire nelle casse dell’erario in base alle dichiarazioni di condono presentate. A rilevarlo è la Corte dei Conti che ha realizzato uno studio sui “risultati e costi del condono, del concordato e delle sanatorie fiscali”. Nel rapporto, oltre a segnalare il mancato incasso, viene delineato anche l’identikit di chi ha aderito: in particolare “società di capitali o a gestione manageriale, anche per l’interesse dei manager a mettersi comunque al riparo dal rischio penali di possibili controlli”.

Poco dopo la relazione, arriva la nota con cui l’Agenzia delle Entrate comunica che “sono già state poste in essere tutte le attività per recuperare i 5,2 miliardi condonati e non versati spontaneamente dai contribuenti che hanno aderito ai condoni del 2002-2003 sono già state poste in essere”.

L’indagine della magistratura contabile, realizzata dal magistrato della Corte Giuseppe Mazzillo che per anni ha guidato i super ispettori del Secit, analizza costi e risultati. E invia all’amministrazione finanziaria anche alcune raccomandazioni: la prima è quella di “confermare la definitiva rinuncia a far ricorso ai condoni tributari per ottenere aumenti di gettito nel breve termine”, seguita dall’impegno a recuperare i 5,2 miliardi (con risultati da comunicare alla Corte) e da quello di destinare una quota del maggior gettito recuperato dall’evasione come “bonus” per rimborsare i contribuenti che sono stati sottoposti a controllo, hanno subito per questo dei costi, e poi sono risultati in regola.

Nel rapporto viene sottolineato che l’obiettivo previsto e conseguito era quello di “acquisire nel breve termine le risorse finanziarie necessarie ad assicurare la tenuta dei conti pubblici senza dover rischiare le perdite di consenso inevitabilmente associate all’aumento della pressione fiscale e/o al contenimento della spesa pubblica”.

Dopo però le “reiterate proroghe ed estensioni e a concessioni si sono rivelate perniciose in termini di risultati effettivi finali (come è avvenuto per il riconoscimento dell’efficacia del condono sganciata dall’effettivo versamento delle rate successive alla prima) o hanno avuto un effetto fortemente diseducativo (com’è il caso delle dichiarazioni integrative riservate e della rottamazione dei ruoli)”.

La Corte tenta anche un identikit di chi aveva convenienza, puntando l’indice contro le categorie che hanno approfittato del passaggio dalla lira all’euro, “si sentivano esposte al rischio dell’accresciuta capacità di contrasto all’evasione da parte di un’amministrazione finanziaria resa più efficiente dall’adozione del nuovo modello organizzativo delle Agenzie fiscali e dal sempre più esteso impiego delle tecnologie informatiche”.

Sul piano qualitativo, la Corte mette in evidenza “la maggiore adesione da parte delle società di capitali e di quelle a gestione manageriale, con più elevato volume d’affari e ubicate nel Centro-Nord, anche per l’interesse dei manager a mettersi comunque al riparo dal rischio penale di possibili controlli”. Mentre, aggiunge, “minore è stata quella ipotizzabile sulla base dell’intensità dell’evasione accertata attraverso i controlli, l’adesione da parte di altre categorie di contribuenti”. Per questo propone “l’opportunità di un programma poliennale di controlli mirato a verificare la posizione fiscale delle categorie di contribuenti a più elevato rischio di evasione, ma a minore grado di adesione alle sanatorie”.

La Corte dei Conti ricorda poi che, “secondo il diritto comunitario, così come interpretato dalla Corte di giustizia europea, il condono Iva è illegittimo e non potrà più essere riproposto ma c’è da ritenere che alla stessa stregua sarebbero state giudicate anche le sanatorie relative alle altre imposte, se le stesse avessero avuto rilevanza per l’ordinamento comunitario. Ed è in questi termini che la pronuncia della Corte europea è stata peraltro intesa dal governo italiano, con l’immediata assicurazione che nessun nuovo condono tributario verrà proposto nel futuro”.
(18 novembre 2008)

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Whirlpool licenzia 95 operai a Spini

Pubblicato da paologobbi su 18 novembre, 2008

Articolo tratto da “L’Adige”.

18/11/2008 09:04
GALLARATE – Non solo cassa integrazione. Alla Whirlpool non basta più rallentare, frenare, sospendere la produzione. Ieri, all’Unione industriali di Gallarate, è suonata la triste campana dei licenziamenti, e la fabbrica di Spini di Gardolo, comprata l’anno scorso dalla Provincia con la speranza di convincere i top manager americani a prolungarne il più possibile l’attività, non sfugge alla scure del piano industriale della multinazionale statunitense, che – sull’onda della crisi internazionale ma soprattutto in conseguenza dell’aumentata concorrenza – riduce drasticamente i volumi prodotti e parallelamente i produttori. I numeri dei tagli, visti dal Trentino, fanno impressione: 5000 «esuberi», cioè – fuori eufemismo – posti di lavoro tagliati, in tutto il mondo: 3200 negli Stati Uniti, 475 in Polonia, 157 in Francia, 691 in Italia. A Trento saranno 95 (tra cui 15 «pensionandi»), a Varese 431. Sono stati Gaetano Bartolone (industry relation manager) e Adriano Mureddu (responsabile del personale) – presente il responsabile del personale di Trento Daniele Garavoglia – a illustrare il piano industriale e i relativi alleggerimenti di organico ai rappresentanti sindacali del coordinamento Italia. Per Trento c’erano i tre segretari dei metalmeccanici Cgil-Cisl-Uil Roberto Grasselli, Claudio Voltolini e Fausto Francesconi, nonché i delegati dei lavoratori di Spini Rino Zeni, Aldo Perricelli, Lorenzo Dalrì, Carlo Marcantoni. I sindacalisti si aspettavano brutte notizie, si consolano col fatto che a Varese è andata peggio e che l’azienda, anche a Trento, investe sui prodotti e sui processi. La Whirlpool è solida, non ha i gravi problemi di Electrolux, Indesit e Merloni, soffre la concorrenza dei nuovi competitori Lg e Samsung e dei produttori turchi, ma non chiude le fabbriche. Certo, i sindacalisti speravano in qualche decina di licenziati in meno a Spini, ma ora chiederanno all’azienda di attenuare gli effetti sociali dei tagli individuando un accordo che favorisca il collocamento in mobilità (il trattamento per gli over 50 può durare tre anni) di chi è vicino all’età pensionabile e dunque potrebbe vivere senza troppi traumi il riposo anticipato.

Paolo Ghezzi.

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Bressa: vogliamo la commissione d’inchiesta sul G8

Pubblicato da paologobbi su 17 novembre, 2008

di Maria Zegarelli
Il 30 ottobre 2007 Antonio Di Pietro e Clemente Mastella con i loro voti affossarono insieme alla Cdl la proposta di legge di istituzione della commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del G8.
Il relatore era Gianclaudio Bressa. Oggi, dopo due sentenze – Bolzaneto e Diaz – Di Pietro vuole la Commissione. Bressa, vicepresidente del Partito democratico alla Camera, tira fuori dal cassetto la proposta di allora e la rimette sul tavolo della politica. «Si commise un grave errore nel 2007», dice il giorno dopo il verdetto di Genova.
Bressa, perché dovrebbe riuscire oggi, che siete minoranza, quello che non riuscì nel 2007, quando stavate al governo?
Perché erano in parecchi a storcere il naso, anche dentro l’Ulivo. Avevamo una maggioranza risicata, non ci furono i numeri. Ma fu un errore perché la commissione d’inchiesta così come l’avevamo delineata nella proposta di legge chiariva che una cosa erano gli accertamenti di competenza della magistratura, altra cosa era l’oggetto l’obiettivo che doveva porsi il Parlamento. Si doveva capire perché si erano verificati quei fatti e chi li aveva autorizzati. A noi interessava accertare quale era stata la linea di comando per definire la responsabilità politica di quell’azione. Era necessario andare fino in fondo soprattutto dopo la grande burla che si era rivelata la commissione d’indagine. Il Consiglio d’Europa fu durissimo con il parlamento italiano.

Ma la questione resta la stessa: lei crede davvero che oggi ci sia maggiore interesse ad accertare le responsabilità politiche? Gasparri ha già chiarito: non se ne farà nulla.

Le battaglie si fanno se si è convinti che vadano fatte, a prescindere dal risultato. Le sentenze della Diaz e di Bolzaneto colpiscono soltanto gli autori materiali, è un passo, ma non è la cosa più grave di quei giorni. Era il clima l’aspetto più inquietante. Gasparri mette le mani avanti perché ha interesse a che non si ricostruiscano le responsabilità politiche. Oggi al governo ci sono gli stessi di allora. Hanno paura che vengano fuori cose compromettenti che li riguardano.

Proviamo a vederla dal punto di vista della difesa degli imputati eccellenti: non sono stati loro a decidere a tavolino il massacro. Non sapevano delle prove false create dagli agenti. Cosa vuol dire, che i vertici della polizia non hanno il controllo dei loro uomini?
È questa la grande contraddizione di tutta questa vicenda. Stanno dicendo che tutto è successo per una congiunzione astrale? Se è così allora, a maggior ragione c’è bisogno di una commissione parlamentare d’inchiesta. In quei due giorni in uno dei paesi di più alta civiltà giuridica d’Europa c’è stata una sospensione dei diritti fondamentali: queste cose non possono accadere e se accadono si devono mettere in atto tutte le misure per evitare che si ripetano in futuro.

Non teme che possano ripresentarsi spaccature nel Pd?

Non mi interessa misurare con il bilancino le forze. Quello che è successo è di una gravità enorme. Siamo in molti dentro il Pd a pensare che si debba far luce sui giorni del G8. Ho tutta l’intenzione di riproporre quel testo che portai durante la scorsa legislatura in Commissione affari costituzionali. È una questione di coscienza civile, prima ancora che di impegno politico perché fatti di questo genere sono inauditi. Oggi la magistratura ha dimostrato di fare come sempre il suo dovere: accertare la responsabilità penale individuale. Spetta a noi individuare quella politica.

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Petrolio in ribasso e «verde» necessario – Corriere della Sera

Pubblicato da paologobbi su 16 novembre, 2008

I prezzi stellari di quest’anno non sono dovuti alla crescita di Cina e India. Il consumo mondiale è aumentato solo dell’1%

di Bill Emmott

Se c’è un mercato che potremmo considerare abbastanza prevedibile da consentire stanziamenti e investimenti a lungo termine, questo dovrebbe essere il mercato dell’energia. Dopo l’acqua, l’energia è l’elemento più importante della nostra vita economica e sociale. Dato che per realizzare nuove fonti energetiche ci vogliono anni, le previsioni sulla loro disponibilità sono più attendibili di quelle sulla raccolta del grano, ad esempio, o sulla produzione di computer. Questo mercato si sta però dimostrando il più capriccioso di tutti. E la sua volatilità, nell’attuale crisi economica mondiale, sta gettando un’ombra oscura sugli investimenti nelle energie rinnovabili e «alternative» ricavate dal vento, dal sole, dalle biomasse e dal nucleare.

Se nutriamo dei dubbi sulla stravaganza del mercato, facciamoci questa domanda: di quanto è aumentato il consumo mondiale di petrolio nel 2007? È l’anno in cui il prezzo del greggio è più che raddoppiato, passando da 55 dollari al barile a più di 100, per poi continuare a salire fino a raggiungere un picco di 147 dollari al barile nel giugno 2008. La maggior parte delle persone risponde tra il 5 e il 10 per cento, facendo riferimento alla rapida crescita delle economie emergenti, come la Cina e l’India. La risposta corretta, secondo l’autorevole BP Statistical Review of World Energy, è invece che il consumo è salito dell’uno per cento. Sempre in quell’anno, la produzione di petrolio è scesa di circa lo 0,5 percento. Questa piccola differenza tra la domanda e l’offerta ha quindi prodotto un aumento dei prezzi di più del 100 per cento.

Il fraintendimento che porta alla risposta più comune — quello per cui la crescita cinese e indiana è così forte e inarrestabile da superare tutti gli altri fattori di domanda — è anche quello che ha determinato la corsa a investire nelle fonti alternative di energia. Questi investimenti conobbero un rapido sviluppo negli anni Settanta, per la forte impennata dei prezzi del petrolio. Quando, negli anni Ottanta, i prezzi crollarono, la stessa sorte toccò agli investimenti nelle fonti alternative. Così, ora che i prezzi del petrolio sono ritornati ai livelli dell’inizio del 2007, perdendo quasi due terzi del loro valore e scendendo a meno di 60 dollari, dobbiamo chiederci: succederà di nuovo?

Nel cercare di rispondere a questa domanda, dobbiamo anzitutto essere realisti: la recente, estrema volatilità del mercato del petrolio dovrebbe indurci a diffidare delle facili previsioni. Dobbiamo poi riconoscere un fatto ancora più sgradevole: che è la politica, più che l’economia, a darci indicazioni per una risposta.

La politica influenza il mercato del petrolio fondamentalmente su due fronti. Il primo riguarda la produzione. Questa è diventata, infatti, una questione di natura eminentemente politica dall’inizio degli anni Settanta, da quando, cioè, l’OPEC ha il controllo sulle forniture e sui prezzi del petrolio. Il secondo è legato a un nuovo fattore di portata mondiale, intervenuto successivamente agli anni Settanta: il cambiamento climatico.

I Paesi OPEC, situati in gran parte in Medio Oriente, Africa del Nord e America Latina, soddisfano circa il 40 per cento della domanda mondiale di greggio. Nel periodo della crescita vertiginosa dei prezzi, a partire dai 25-30 dollari al barile del 2002-03, l’OPEC è riuscita a mantenere il controllo della produzione anche grazie all’aiuto di Paesi non membri, soprattutto della Russia. La domanda era in crescita, soprattutto negli anni 2003-06, e un lungo periodo di bassi investimenti nella ricerca di nuovi giacimenti rendeva difficile aumentare la produzione. Ora, invece, sono cambiate due cose: grazie alla recessione globale la domanda sta calando, e c’è un’abbondante disponibilità di petrolio, soprattutto in Arabia Saudita.

Questo ha provocato il calo dei prezzi ai livelli attuali che, se verranno mantenuti, renderanno la maggior parte degli investimenti nelle fonti rinnovabili di energia poco competitivi, senza un sostegno dei governi. Ulteriori cali dei prezzi dipenderanno dall’eventuale decisione dell’OPEC di ridurre la produzione in sintonia con la riduzione della domanda, ma anche da quanto i suoi membri continueranno a rispettare gli accordi presi durante gli incontri OPEC. Molti Paesi, con in testa l’Iran e il Venezuela, vogliono tagliare drasticamente la produzione per sostenere i prezzi. Altri, guidati dall’Arabia Saudita, credono che questo sarebbe un errore, perché prolungherebbe la recessione mondiale. L’Arabia Saudita, il produttore di petrolio più a buon mercato e con le maggiori riserve, potrebbe anche essere mosso da un’altra ragione: teme la competizione di un Iran forte nella regione e preferirebbe vederlo indebolito dal calo dei prezzi del petrolio.

Con la recessione che sta iniziando a farsi sentire in America, Europa e Giappone, e che sarà con ogni probabilità profonda e dolorosa, le prospettive dei prezzi del petrolio non sono rosee. Ma la misura in cui questo quadro scoraggerà gli investimenti nelle fonti energetiche alternative, come si è verificato negli anni Settanta, dipenderà dal secondo fattore politico di cui si è parlato: il cambiamento climatico.

Mentre miliardi di dollari venivano investiti nell’energia solare, eolica, nucleare e derivata dalle biomasse, anche l’industria automobilistica di tutto il mondo dedicava notevoli sforzi al miglioramento della tecnologia delle batterie, per rendere possibile la produzione di motori completamente elettrici o ibridi. La scommessa era che l’aumento dei prezzi, il mutare dei gusti dei consumatori e il cambiamento climatico avrebbero reso vantaggiosi questi investimenti. Uno di questi fattori sta venendo meno. Gli altri, però, potrebbero essere più durevoli, anche se non del tutto indifferenti alla recessione. Le finanze pubbliche subiranno pressioni enormi; i consumatori saranno meno disposti a pagare di più per essere «verdi»; i governi saranno poco propensi a imporre nuovi oneri all’industria.

Contro queste tendenze, però, possono giocare due elementi. Uno è che i governi si sono impegnati a trattare della questione del cambiamento climatico nella seconda metà del prossimo anno a Copenhagen, e non possono sottrarsi a un confronto in proposito. L’altro è che molti governi, nel sostenere la crescita economica, si metteranno alla ricerca di nuove tecnologie da finanziare, sperando che nel loro paese nasca l’industria vincente del futuro. Barack Obama, eletto presidente, ha già promesso di seguire questa via. Se sarà così, l’energia alternativa diventerà un cambiamento in cui potremo credere davvero.

(Traduzione di Maria Sepa)

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L’informazione italiana ed il nucleare

Pubblicato da paologobbi su 15 novembre, 2008

Vorrei cominciare a trattare il tema dell’energia .. mandate contributi

Nell’informazione sul nucleare non si fa cenno a nulla che possa mettere in difficoltà anche il più convinto nuclearista. Ad esempio che ha costi proibitivi, molto più alti del risparmio e dello sviluppo delle fonti rinnovabili. E dire che basterebbe citare qualche dato: per incapsulare e disporre in condizioni di sicurezza le scorie ad alto livello di radioattività, si dovranno spendere negli Stati uniti oltre 110 miliardi di dollari (al valore del 1996), in Canada 9,7 miliardi, in Francia e Germania, rispettivamente oltre 7 e 5 miliardi.

Per tentare di dare una collocazione definitiva alle scorie nucleari USA – si dice pari a 37 milioni di metri cubi – e per cercare di decontaminare le aree dove si trovano i rifiuti nucleari di origine militare, il Dipartimento dell’energia ha pensato a quello che probabilmente è il più grande e costoso progetto elaborato dall’uomo. Si pensa di impiegare da 70 a 100 anni per una spesa preventivata che dovrebbe oscillare tra i 200 e i 1.000 miliardi di dollari…

Tutte queste tra l’altro sono stime. In realtà, determinare il costo per la conservazione per migliaia di anni delle scorie è praticamente impossibile, e noi non sappiamo nulla nemmeno sul comportamento dei materiali che dovrebbero imprigionare gli elementi radioattivi. Un team di studiosi inglesi ha analizzato la struttura atomica dello zircone, un materiale ceramico naturale e durevole, prima e dopo averlo mescolato a plutonio, uranio e torio (questa era uno dei cosiddetti sistemi sicuri per conservare le scorie per migliaia di anni). Le radiazioni hanno distrutto la struttura atomica del materiale cinque volte più velocemente di quanto previsto, per cui i contenitori delle scorie potrebbero rilasciare radiazioni dopo soli 1.400 anni – e il plutonio è ancora pericoloso dopo decine di migliaia d’anni.

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I costi della politica: più 100 milioni – corriere della sera

Pubblicato da paologobbi su 13 novembre, 2008

I Palazzi del potere hanno aumentato le spese Dalle agende alle liquidazioni, sprechi e privilegi

Nelle bellissime agende da tavolo e agendine da tasca del Senato, appositamente disegnate per il 2009 dalla fashion house Nazareno Gabrielli, tra i 365 giorni elegantemente annotati ne manca uno. Il giorno con il promemoria: «Tagli ai costi della politica». A partire, appunto, dal costo delle agendine: 260.000 euro. Mezzo miliardo di lire. Per dei taccuini personalizzati. Più di quanto costerebbero di stipendio lordo annuo dodici poliziotti da assumere e mandare nelle aree a rischio. Il doppio, il triplo o addirittura il quadruplo di quanto riesce a stanziare mediamente per ogni ricerca sulla leucemia infantile la Città della Speranza di Padova, la struttura che opera grazie a offerte private senza il becco di un quattrino pubblico e ospita la banca dati italiana dei bambini malati di tumore.

Sentiamo già la lagna: uffa, questi attacchi alle istituzioni democratiche! Imbarazza il paragone coi finanziamenti alle fondazioni senza fini di lucro? Facciamone un altro. Stando a uno studio del professor Antonio Merlo dell’Università della Pennsylvania, che ha monitorato gli stipendi dei politici americani, quelle agendine costano da sole esattamente 28.000 euro (abbondanti) più dello stipendio annuale dei governatori del Colorado, del Tennessee, dell’Arkansas e del Maine messi insieme. È vero che quei quattro sono tra i meno pagati dei pari grado, ma per guidare la California che da sola ha il settimo Pil mondia-le, lo stesso Arnold Schwarzenegger prende (e restituisce: «Sono già ricco») 162.598 euro lordi e cioè meno di un consigliere regionale abruzzese.

Sono tutti i governatori statunitensi a ricevere relativamente poco: 88.523 euro in media l’anno. Lordi. Meno della metà, stando ai dati ufficiali pubblicati dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, degli emolumenti lordi d’un consigliere lombardo. Oppure, se volete, un quarto di quanto guadagna al mese il presidente della Provincia autonoma di Bolzano Luis Durnwalder, che porta a casa 320.496 euro lordi l’anno. Vale a dire quasi 36.000 euro più di quanto guadagna il presidente degli Stati Uniti.(…) Se è vero che non saranno le agendine o i menu da dieci euro a portare alla rovina lo Stato italiano, è altrettanto vero però che non saranno le sforbiciatine date dopo il deflagare delle polemiche a raddrizzare i bilanci d’un sistema mostruosamente costoso. Né tanto meno a salvare la cattiva coscienza del mondo politico. Certo, l’abolizione dell’insopportabile andazzo di un tempo, quando bastava denunciare la perdita o il furto di un oggetto per avere il risarcimento («Ho perso una giacca di Caraceni». «Prego onorevole, ne compri un’altra e ci porti lo scontrino»), è un’aggiustatina meritoria. Come obbligati erano la soppressione a Palazzo Madama del privilegio del barbiere gratuito e l’avvio di un nuovo tariffario (quasi) di mercato: taglio 15 euro, taglio con shampoo 18, barba 8, frizione 6… E così la cancellazione del finanziamento di 200.000 euro per i corsi di inglese che non frequentava nessuno. E tante altre cosette ancora. Un taglietto qua, una limatina là… (…) Sul resto, però, buonanotte. L’andazzo degli ultimi venti anni è stato tale che, per forza d’inerzia, i costi hanno continuato a salire. Al punto che i tre questori Romano Comincioli (Pdl), Benedetto Adragna (Pd) e Paolo Franco (Lega Nord), nell’estate 2008, hanno ammesso una resa senza condizioni scrivendo amaramente nel bilancio: «Non è stato possibile conseguire l’obiettivo di inversione dell’andamento della spesa in proposito fissato dal documento sulle linee guida».

Risultato: le spese correnti di Palazzo Madama, nel 2008, sono salite di quasi 13 milioni rispetto al 2007 per sfondare il tetto di 570 milioni e mezzo di euro. Un’enormità: un milione e 772.000 euro a senatore. Con un aumento del 2,20 per cento. Nettamente al di sopra dell’inflazione programmata dell’ 1,7 per cento.

Colpa di certe spese non facilmente comprensibili per un cittadino comune: 19.080 euro in sei mesi per noleggiare piante ornamentali, 8.200 euro per «calze e collant di servizio» (in soli tre mesi), 56.000 per «camicie di servizio » (sei mesi), 16.200 euro per «fornitura vestiario di servizio per motociclisti ». Ma soprattutto dei nuovi vitalizi ai 57 membri non rieletti e dei 7.251.000 euro scuciti per pagare gli «assegni di solidarietà» ai senatori rimasti senza seggio. Come Clemente Mastella. Il cui «assegno di reinserimento nella vita sociale» (manco fosse un carcerato dimesso dalle patrie galere) scandalizzò anche Famiglia Cristiana che gli chiese di rinunciare a quei 307.328 euro e di darli in beneficenza. Sì, ciao: «La somma spetta per legge a tutti gli ex parlamentari». Fine.

Grazie alle vecchie regole, il «reinserimento nella vita sociale» di Armando Cossutta è costato 345.600 euro, quello di Alfredo Biondi 278.516, quello di Francesco D’Onofrio 240.100. Un pedaggio pagato, ovviamente, anche dalla Camera. Dove Angelo Sanza, per fare un esempio, ha trovato motivo di consolazione per l’addio a Montecitorio in un accredito bancario di 337.068 euro. Più una pensione mensile di 9.947 euro per dieci legislature. Pari a mezzo secolo di attività parlamentare. Teorici, si capisce: grazie alle continue elezioni anticipate, in realtà, di anni «onorevoli » ne aveva fatti quattordici di meno.

Un dono ricevuto anche da larga parte dei neo-pensionati che erano entrati in Parlamento prima della riforma del 1997 e come abbiamo visto si erano tirati dietro il privilegio di versare con modica spesa i contributi pensionistici anche degli anni saltati per l’interruzione della legislatura. Come il verde Alfonso Pecoraro Scanio, andato a riposo a 49 anni appena compiuti con gli 8.836 euro al mese che spettano a chi ha fatto 5 legislature pur essendo stato eletto solo nel 1992: 16 anni invece di 25. Oppure il democratico Rino Piscitello: 7.958 euro per quattro legislature nonostante non sia rimasto alla Camera 20 anni ma solo 14. Esattamente come il forzista Antonio Martusciello. Che però, con i suoi 46 anni, non solo ha messo a segno il record dei baby pensionati di questa tornata ma ha trovato subito una «paghetta» supplementare come presidente del consiglio di amministrazione della Mistral Air: la compagnia aerea delle Poste italiane.

C’è poi da stupirsi se, in un contesto così, le spese dei Palazzi hanno continuato a salire? Quirinale, Senato, Camera, Corte costituzionale, Cnel e Csm costavano tutti insieme nel 2001 un miliardo e 314 milioni di euro saliti in cinque anni a un miliardo e 774 milioni. Una somma mostruosa. Ma addirittura inferiore alla realtà, spiegò al primo rendiconto Tommaso Padoa-Schioppa: occorreva includere correttamente nel conto almeno altri duecento milioni di euro fino ad allora messi in carico ad altre amministrazioni dello Stato. Ed ecco che nel 2007 tutti gli organi istituzionali insieme avrebbero pesato sulle pubbliche casse per un miliardo e 945 milioni. Da aumentare nel 2008 fino a un miliardo e 998 milioni. A quel punto, ricorderete, nell’ottobre 2007 scoppiò un pandemonio: ma come, dopo tante promesse di tagli, il costo saliva di altri 53 milioni di euro, pari circa al bilancio annuale della monarchia britannica? Immediata retromarcia. Prima un ritocco al ribasso. Poi un altro. Fino a scendere a un miliardo e 955 milioni. «Solo» dieci milioncini in più rispetto al 2007. Col Quirinale che comunicava gongolante di aver tagliato, partendo dai corazzieri (lo specchietto comunemente usato per far luccicare gli occhi delle anime semplici), il 3 per mille. Certo, era pochino rispetto ai tagli del 61 per cento decisi dalla regina Elisabetta, però era già una (piccola) svolta…

Bene: non è andata così. Nell’assestamento di bilancio per il 2008 i numeri hanno continuato a salire e salire fino ad arrivare il 13 agosto a 2 miliardi e 55 milioni di euro. Cento milioni secchi più di quanto era stato annunciato in un tripudio di bandiere che sventolavano per festeggiare i «tagli». Risultato finale: l’aumento che avrebbe dovuto essere virtuosamente contenuto nello 0,5 per cento si è rivelato di almeno il 5,6: undici volte più alto.

(Brano tratto da «La Casta», nuova edizione aggiornata)

Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella

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Meritocrazia senza spazio nella piramide del potere

Pubblicato da paologobbi su 13 novembre, 2008

E’ un articolo tratto da Repubblica che fa ragionare sullo stato di salute della democrazia. Io l’ho trovato interessante.

Gerontocrazia, partitocrazia, parentocrazia, clientocrazia, persino – new entry lessicale – mignottocrazia. Tutto ciò che finisce in “zia” si declina in Italia molto più di meritocrazia, ciò che tutti dicono di desiderare. Perché? E come uscirne? Come stappare un sistema leaderistico che, perso nella sua arretratezza culturale, assiste allibito a un nero nato nel 1961 che viene eletto presidente della più grande democrazia del mondo? Giuseppe De Rita, animatore del Censis, sguardo cattolico disinibito e maestro delle analisi icastiche, attribuisce il nostro deficit nientemeno che a Menenio Agrippa: “Ricorda la vecchia metafora di Menenio Agrippa? Diceva che tutto il corpo fa riferimento al cervello, le mani, i piedi, lo stomaco sono sensori stupidi. Se uno si scotta un dito è perché il senso del dolore arriva al cervello, tutti gli impulsi confluiscono nella testa”.

Abbia pazienza, professor De Rita, ma che c’entra con la vecchiezza delle classi dirigenti, la persistenza di élites modeste, che anzi via via sembrano peggiorare? Che c’entra con il mancato ricambio, i giovani imbottigliati in un destino di minorità, magari geni della ricerca a 1000 euro al mese, che vedono nominare ministri della Repubblica calendariste e portaborse, diventare ricche (o potenti) ragazzotte che fanno le veline?
“C’entra eccome. Il problema che stiamo affrontando è quello di una logica gerarchico-piramidale, di un sistema antico controllato da una classe dirigente che si annida nella vetta della piramide e manda tutto il resto all’inferno. E’ l’effetto di uno Stato accentrato fin dal Risorgimento, che ha prodotto una stratificazione sociale e di potere granitica che non si intacca se non si riesce a cambiare la governance del paese”.


Col Risorgimento la prendiamo un po’ da lontano in un paese che si dice tutto proteso alle liberalizzazioni.
“Ma è quello che ci ha portato questa eredità, rispetto ad altri paesi che hanno saputo entrare nella logica cibernetica”.

Cibernetica?
“Sì. Oggi i vari terminali dei computer dialogano tra loro producendo quel policentrismo liberatorio che l’Italia non riesce ad avere nell’arroccamento in vetta alla piramide che rovina il paese. Il dialogo diretto, non mediato dal centro, questo è la cibernetica rispetto a un sistema organicistico”.

Vuol dire che la piramide è così forte da produrre gerontocrazia, clientela, parentela e immobilità?
“Mancando l’articolazione delle responsabilità nella primazia totale dello Stato, le classi dirigenti sono quelle che conquistano la puntina della piramide in mille modi: con i soldi, i media, la corruzione, la parentela, magari il sesso. Mentre le vere classi dirigenti si fanno in periferia con il policentrismo. Il presidente degli Stati Uniti è il frutto del policentrismo degli sceriffi, dei sindaci, dei senatori, dei governatori. In America crescono, arrivano, li vediamo per otto anni poi scompaiono tutti, presidenti, segretari di Stato, tranne naturalmente Henry Kissinger. Noi non ne usciamo se non cambiamo l’architettura del potere, che invece di autentiche classi dirigenti ci regala classi monarchiche, classi di Corte”.

Cortigiani? Lei pensa soprattutto alla politica, ma anche nelle aziende c’è una sorta di perpetuazione di potere, spesso affidato a yesmen inadeguati da una pseudo-borghesia capitalistica che non ha dato grandi prove.
“Credo invece che, alla fine, nelle aziende, come nel sindacato e nelle regioni un po’ di classe dirigente si formi, nonostante tutto. Beneduce quando creò l’Iri durante il fascismo, si fece una sua classe dirigente di qualità, ma credo sia un fatto irripetibile. Però negli ultimi anni ho visto crescere fior di manager. Che ne so? Penso alla Merloni, a Caio, a Guerra, a Milani. E a molti altri. Per cui attenti a dire che le classi dirigenti sono tutte vecchie, inefficienti o mignottizzate. Il circuito però è stretto, è vero. Per stappare la bottiglia bisogna allargarlo di molto quel circuito”.

Come allargare il sentiero se il modello resta quello della politica di relazione e del capitalismo di relazione, a dispetto di ogni invocazione a una società più aperta?
“C’è una questione di struttura di governance. Da quella organicistica di Menenio Agrippa, che produce classe di Corte, militare o mantenuta, bisogna passare a una governance cibernetica, prendendo coscienza del fatto che, come mi ha appena detto Paolo Prodi con immagine felice, è finito lo Stato sovrano, incede ormai lo Stato-sistema, che deve mettere toppe di qua e di là abbandonando la logica monarchico-piramidale”.

Torniamo sempre allo Stato, professor De Rita. Ma qui parliamo dell’intera società imprigionata in un collo di bottiglia.
“Certo che torniamo allo Stato. Lei lo vede che i ministeri sono svuotati? Brunetta dice che sono pieni di fannulloni. Ma il problema non è che ci sono i fannulloni, è invece che il vertice della piramide è lì chiuso nella sua punta e a quelli non gli fa fare niente. Se ne esce soltanto passando dalla monarchia piramidale alla poliarchia. Le moderne élite si formano nel policentrismo. O non si formano affatto”.

Lei sta dicendo che si perpetua la logica del cervellone elettronico di tanti anni fa, immenso nel sotterraneo, e non quella dei moderni terminali che dialogano tra loro in periferia?
“Nel mio annoso mestiere, quando lavoravamo con Pasquale Saraceno al piano Vanoni c’era l’idea del consigliere del principe. Ma sono passati i tempi del principe. Il principe non c’è più. I politici più avveduti devono evitare di fare i capi-macchina, la logica dell’accentramento monarchico non funziona più. Berlusconi e Veltroni? Icone, sono icone”.

Scusi De Rita, lei dice che occorre una rivoluzione culturale nella governance, come oggi si dice, di questo paese. Le sembra che qualcuno ne abbia veramente coscienza e soprattutto voglia?
“Qualcuno dovrà pur accorgersi prima o poi che nella formazione delle classi dirigenti siamo più arretrati di tutti gli altri, forse persino dei francesi, che sono ancora napoleonici. Lei dirà che la Cina è più accentrata di noi. Ma lì sono un miliardo e 200 mila, per cui il policentrismo antimonarchico è fatale. In India, dove c’è una cultura alta invidiabile, la società è molto più articolata che da noi”.

Allora siamo vittime di una maledizione antropologica?
“Beh, è vero che siamo un paese antropologico, fatto di familismo, furbizia e quant’altro, ma non credo sia questo che produce il collo di bottiglia, che blocca il ricambio delle classi dirigenti. Riflettiamo piuttosto sulla cibernetica e Menenio Agrippa”.

(13 novembre 2008)

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Primo commento di Dellai

Pubblicato da paologobbi su 11 novembre, 2008

11/11/2008 12:27

Il primo a non crederci è lui. Domenica si era fatto prendere dal pessimismo e agli amici che lo chiamavano diceva che temeva di perdere, gettando tutti nel panico. E infatti aveva preparato anche una lettera di addio ai trentini, che ha strappato ieri pomeriggio, poco prima di presentarsi in conferenza stampa, quando i risultati ormai urlavano al Trentino che non solo Lorenzo Dellai aveva vinto, ma addirittura stravinto. Basti dire che rispetto a cinque anni fa il governatore ha perso solo una manciata di voti (circa 3.900). E soprattutto ha umiliato – ora come allora – il candidato del centrodestra, benché questa volta i sondaggi e le attese di questa combattuta campagna elettorale avessero fatto credere che Sergio Divina gli tenesse il fiato sul collo. In queste elezioni Lorenzo Dellai si giocava tutto, la terza presidenza della Provincia – ovviamente – ma soprattutto il suo futuro politico e il progetto di coalizione costruito in questi mesi, che vede come perno il Pd unito alla sua nuova creatura, l’Unione per il Trentino, abbinata all’Udc e al Patt. Questo schema, che è stato presentato da Dellai come l’unico capace di battere il centrodestra, soprattutto al Nord, si era attirato i riflettori nazionali. Non poteva permettersi una sconfitta. E ha vinto. Ieri pomeriggio, si è presentato verso le 17 in un’affollatissima conferenza stampa, con i giornalisti di tutte le principali testate nazionali, radio e tv. Con toni molto misurati, davanti alle telecamere e ai fotografi, si è assaporato il suo trionfo.
«Siamo molto contenti – ha esordito Dellai – di avere l’attenzione degli organi di informazione nazionali. Io esprimo grande soddisfazione per questi risultati perché hanno dato la dimostrazione di una comunità che è andata a votare massicciamente, perché capace di vivere la democrazia dal di dentro. Poi, mi fa piacere questa affermazione della coalizione che ho avuto l’onore di guidare. Io – ha proseguito Dellai – ho affrontato tutta questa campagna elettorale all’insegna di una parola che è “fiducia”, oltre le paure, oltre le inquietudini e le incertezze. Ho detto che la politica ha il compito di prendere per mano le comunità e portarle oltre la paura e le incertezze che sorgono in una fase così difficile come quella che stiamo vivendo. Mi fa piacere che la comunità trentina abbia risposto oltre le mie aspettative. Ora la campagna elettorale è finita e io credo che non possiamo perdere neanche un minuto per distrarci dai nostri doveri. Esprimo un saluto ai candidati e le candidate che hanno partecipato alle elezioni e ai miei colleghi candidati presidenti con i quali ci siamo scontrati come era giusto che fosse. È stata una battaglia interessante e giocata comunque con regole democratiche. Ora, la nostra prima preoccupazione sono le imprese e le famiglie che si trovano ad affrontare una crisi globale che sta arrivando anche da noi. Abbiamo tutti gli strumenti per poterla affrontare».
Presidente Dellai, si può parlare ora di un modello Trentino esportabile a livello nazionale?
Se dall’esito di questo voto viene fuori qualche riflessione utile per un’evoluzione positiva per il quadro nazionale siamo ben contenti. Ma io penso che esista un’esperienza trentina non un modello, perché la politica muore di modelli, ha bisogno di sperimentare non di copiare. Nella nostra esperienza ci sono però due elementi che possono essere utili. Il primo è la territorialità della politica. Non si comprende la società che sta cambiando, soprattutto al Nord, senza una forte attenzione territoriale della politica. Secondo, anche nello schieramento democratico e riformista non basta il Pd. Occorre che scattino anche altre convergenze. In Trentino questo è accaduto.
Cosa manca a livello nazionale?
Ci vorrebbe un’Unione anche a livello nazionale, ovvero una forza politica che riprenda in mano con forza la cultura del popolarismo e la offra come punto di riferimento a varie componenti sociali che in passato avevano potuto guardare al centrodestra. Se non si trova un’articolazione diversa del quadro politico nazionale non si riuscirà a rovesciare Berlusconi. Lo schema bipartitico non regge, ci vuole una nuova cultura di coalizione. Il vento di destra sta soffiando forte da Nord e quello leghista dal Sud.
Perché non è riuscito a penetrare in Trentino?
Il vento che spira anche in Trentino non ha travolto il sistema politico perché la società trentina è diversa. Gli anticorpi rispetto al vento del populismo e del razzismo e a una politica che cavalca solo le paure stanno nella società trentina che è riuscita a non disperdere il suo grande patrimonio di identità, solidarietà e spirito di comunità. E se c’è un merito che io rivendico è quello di aver accompagnato la società trentina a mantenere questa cultura sociale. Questo voto ha portato al successo il Pd, che è il primo partito del Trentino, cosa cambierà nei rapporti di forza all’interno della coalizione.
E in cosa si vedrà la discontinuità, se ci sarà, rispetto alle precedenti giunte Dellai?
I rapporti di forza che mi interessano sono quelli tra noi e la destra leghista. E questi mi sembrano molto espliciti ed evidenti. Per il resto, devo dire che si chiude un ciclo di un presidente che da solo ha gestito una transizione e si apre un ciclo dove forze politiche che si sono costituite hanno tutta l’intenzione di esercitare le funzioni della politica. Faccio gli auguri a tutti i partiti, in particolare ai neonati Pd e Upt. Noi vorremmo costruire partiti, non leggeri e svolazzanti, ma che tornano a vivere in simbiosi con la comunità.
La Lega nord ha ottenuto un importante risultato in termini di partito. Come lo valuta?
L’affermazione forte della Lega è un segnale che deve trovare una risposta da parte di tutti, noi nel senso di tornare ad abitare il territorio della politica e anche di parlare ai giovani. Da domani ripartiamo da lì. Vogliamo riconquistare il loro consenso e fiducia.
Divina le ha telefonato o lei lo chiamerà?
Non so protocollarmente se sono io che devo chiamare, comunque risolveremo la cosa. La campagna elettorale è finita e io non ho rancori né veleni con nessuno. Sarei stato pronto a dire, se avessi perso, che il nuovo presidente è di tutti e anche il mio, e quindi penso che dobbiamo ripartire e lavorare per la comunità. Mi fa piacere comunque di aver vinto una campagna elettorale particolare. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha avuto la cortesia d’intervenire nella nostra campagna elettorale in modo forte, con un’intervista su un quotidiano che aveva qualche passo sopra le righe, ma voglio pensare che non l’abbia nemmeno vista, perché ha altro da fare.
Divina ha dichiarato che questo risultato dimostra che i trentini non hanno dato peso alla questione morale. Cosa risponde?
Nessuno può dire che la questione giudiziaria sia stata sottesa nella campagna elettorale. I cittadini hanno avuto modo di farsene una ragione. Si vede che i cittadini trentini hanno saputo distinguere chi si comporta bene e chi meno bene e dare il giusto peso alle cose che sono accadute e a quelle che non sono accadute. Oggettivamente l’opposizione ha montato una maionese che però è impazzita, non si montava. Era una maionese che mancava di ingredienti essenziali. La gente ha apprezzato che io e la mia coalizione non abbiamo fatto finta di nulla, abbiamo ammesso anche qualche errore che c’è stato e ha bocciato la strumentalizzazione.
La crisi economica ha avuto il suo peso in questo voto dei trentini?
Certo, nessuno di fronte all’incertezza è disposto a fare salti nel buio, è stata premiata la coalizione che dava più stabilità.
Darà un assessorato all’Udc?
Della composizione della giunta parleremo nei prossimi giorni.
A chi dedica questa vittoria?

Alle tante persone che hanno avuto fiducia e hanno scommesso in positivo sul futuro del Trentino.

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Buongiorno a tutti

Pubblicato da paologobbi su 11 novembre, 2008

Nasce oggi questo blog fuori da campagne elettorali o altro. Nasce per fare politica e per continuare il rapporto con tanti di voi che ho potuto incontrare in questo ultimo mese.

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