Il Blog di Paolo Gobbi

Diamo forza alle nostre idee

Gentile ministro – l’Unità

Pubblicato da paologobbi su 18 ottobre, 2010

di C. de Gregorio

La strategia politica del centrodestra somiglia a quei giochini che fanno i bambini in età prescolare: pari e patta, «specchio specchio», quei giochi lì. Il patetico tentativo è questo: un centrodestra arrogante, protervo, sovente violento e ottuso, spesso corrotto e nel migliore dei casi servile – una classe dirigente incapace di concepire il bene comune come mandato, capace solo di fare il bene proprio – pensa di risolvere il problema della sua inadeguatezza con la chiamata in correità. «Specchio», fanno i bimbi rivoltando i palmi verso l’altro per restituire l’accusa. Il sottotesto di governo è: e allora voi? Perché non parlate di cosa fa Fassino di notte, mi domandava giorni fa il direttore del Giornale alludendo al fatto che se il suo leader nonché datore di lavoro passa le serate con quaranta ragazze a mille euro l’una certamente anche Fassino lo fa. Basta insinuare: la gente resterà col rovello. Così fan tutti. È un metodo al quale non sono affatto estranei certi giornali che si dicono all’opposizione: un metodo efficace. L’obiettivo è dimostrare che destra e sinistra sono uguali, che i partiti politici sono bande speculari, che bisogna radere al suolo ogni cosa, mandare tutti in galera o tutti a casa. Distruggere, non sapendo costruire.
Il copyright è del centrodestra, è bene non dimenticarlo. Vediamo la sola cronaca di ieri. Il ministro Gelmini ha mandato gli ispettori a controllare una lapide e una bandiera che la onora. Prestissimo, di domenica mattina. Deve essere andata così: insieme alla colazione ha letto il Giornale, ha visto che anche a Livorno – come ad Adro! Come ad Adro! – c’è una bandiera rossa all’ingresso di una scuola e con sprezzo del riposo festivo ha inviato i suoi uomini a controllare che in quel covo di comunisti «l’istruzione sia garantita in modo imparziale da qualsiasi orientamento politico». Gentile ministro. Il teatro San Marco di Livorno è un edificio storico in cui il 21 gennaio del 1921 Amedeo Bordiga ed Antonio Gramsci fondarono il Partito comunista. Quella lapide e quella bandiera lo ricordano. È un episodio storico che forse – sono certa che un ministro lo conosca nei dettagli – le dispiacerà, ma non si polemizza con la storia. In quello stesso isolato, da una via laterale, si accede all’asilo «L’alveare». Come potrà constatare dalla foto in copertina i bambini non passano sotto la lapide né sotto la bandiera: la facciata è pericolante, la strada transennata. Non ne saranno, i treenni, turbati. Certa di averla tranquillizzata, torno a chiederle se sia stato rimosso il lastricato con il sole delle Alpi della scuola di Adro di cui, solo dopo una settimana di proteste, ha chiesto conto al sindaco suo alleato di governo. Certa di una sollecita risposta, fosse anche nei giorni feriali.
Ieri il sottosegretario Giro ha detto, riguardo all’assassino (italiano) dell’infermiera romena morta per un pugno: «Ha 20 anni, non è giusto metterlo in prigione». Avrebbe detto lo stesso se fosse stato un romeno ad uccidere un’italiana? Infine, l’ottimo Ghedini interviene per bloccare la messa in onda di Report, trasmissione dedicata alle società off shore e ai cospicui interessi immobiliari di Berlusconi nei Caraibi. Restiamo in attesa degli scoop di Lavitola sull’Avanti, e naturalmente di un mese di prime pagine prodotte dai segugi e dai loro addestratori sui giornali liberi di casa B.

 

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L’eterno ritorno dal trasformismo – la Repubblica

Pubblicato da paologobbi su 20 settembre, 2010

di ILVO DIAMANTI

VIVIAMO tempi di grande cambiamento. Di grande trasformazione. Anzi: trasformismo. E dunque di grande continuità, nel Paese di Depretis, del Gattopardo, della Dc e del “consociativismo”. Dove da settimane si assiste al tentativo di formare un nuovo gruppo parlamentare, che entri nella maggioranza di governo. Il reclutatore è l’onorevole Nucara, (sedicente) repubblicano (col tempo, si sa, le antiche sigle, anche le più gloriose, perdono significato), su incarico del premier.

Il quale, per primo, aveva sollecitato la transumanza di parlamentari di altri gruppi verso la maggioranza. Garantendo riconoscenza e ricchi premi. Cioè, la ricandidatura e la rielezione. Magari qualche carica di sotto-governo. Alcuni parlamentari contattati parlano di altri incentivi, più concreti e diretti. Insomma, si è aperto una sorta di mercato. Anzi, forse esiste da sempre, visto che pressioni del genere pare ce ne siano state anche al tempo del governo Prodi. Il premier, riferendosi alle nuove reclute, ha obiettato che non si tratterebbe di pentimento  -  o di trasformismo. Le conversioni più numerose, infatti, riguarderebbero parlamentari già eletti con la maggioranza. In questo caso, però, non si capirebbe perché vi sia bisogno di reclutarli. Se non perché nel centrodestra sono confluiti gruppi locali e personali, uniti da interessi puramente elettorali. Oggi, però, il gruppo dei “responsabili”  -  così si definiscono, con molta autoironia inconsapevole, i convertiti  -  è divenuto utile, per neutralizzare l’azione di Fini e Fli. I quali appaiono, al premier, “irresponsabili”. Anzi: “dissennati”, come li ha definiti sabato. Anche se sono alleati del Pdl e di Berlusconi. Fino a prova contraria.

Insomma, siamo in uno “Stato di confusione”. Fondato sul “voto di scambio”. Così, Arturo Parisi e Gianfranco Pasquino, oltre 30 anni fa, definirono la conquista  -  e l’acquisizione  -  degli elettori attraverso l’offerta di benefici individuali. Solo che oggi il “voto di scambio” si è trasferito dalla società al Parlamento, dove si pratica e si professa apertamente. Non vogliamo, in questa sede, fare esercizio di sdegno. Peraltro utile e salutare, in tempi nei quali lo sdegno sembra divenuto un atteggiamento démodé. Ci interessa invece indicare, succintamente, i fattori che hanno accelerato la trasformazione trasformista del Parlamento.

1. La prima causa riguarda, ovviamente, il sistema politico italiano. Incapace di generare maggioranze stabili, in grado di governare. E opposizioni forti, in grado di proporre e garantire l’alternativa. La coalizione di centrodestra guidata da Berlusconi ha conquistato la maggioranza parlamentare più ampia nella storia della seconda Repubblica. Non è bastato, se due anni dopo è alla caccia di nuovi deputati e senatori. Per bilanciare Fini, peraltro eletto nel partito di maggioranza relativa, il Pdl, che non c’è più. Non lo dice solo Fini. La pensa così circa un terzo dei suoi elettori, secondo i quali sarebbe meglio tornare ai partiti di prima: Forza Italia e An (Sondaggio Demos, 7-10 settembre, 1176 casi).

2. Il premier, peraltro, non ha intenzione di aprire la crisi. Teme che si formino altre maggioranze a sostegno di altri governi (cosiddetti tecnici). Ma soprattutto teme il voto anticipato. Così, invece di ri-conquistare gli elettori, preferisce conquistare nuovi parlamentari. Con il voto di scambio.

3. Ovviamente, questo gioco è reso possibile dalla debolezza dell’opposizione. Non riesce a fare opposizione a questa iniziativa e, in genere, all’azione di governo. Nella fase di maggior divisione del Pdl e di Berlusconi, non trova di meglio che dividersi a sua volta.

4. Tra i fattori più importanti di questa degenerazione c’è, sicuramente, l’assenza del principio di “responsabilità” degli eletti. I quali non sono e non saranno mai chiamati a “rispondere” direttamente e personalmente del proprio operato. Questa legge elettorale ha abolito ogni tipo di legame fra eletti ed elettori. Non ci sono le preferenze, non ci sono collegi uninominali, dove il rapporto con il territorio e la società è diretto. Il destino dei parlamentari è in mano ai leader e alle segreterie nazionali. A cui spetta la costruzione delle liste. Naturalmente bloccate.

5. È, inoltre, difficile dimenticare la debolezza dei valori, dei programmi, dei progetti su cui si fondano i partiti. Ridotti, perlopiù, a oligarchie distanti dalla società. O ad aggregati al servizio di un leader. Privi di fondamento dal punto di vista sociale, territoriale e dell’identità. Per chi ne fa parte, i vincoli etici e di rappresentanza rischiano di contare meno degli interessi e delle convenienze personali.

Questa fase di trasformazione trasformista produce alcune conseguenze significative. Ne indichiamo due.
a. La prima agisce sul piano civico e sociale. Gli italiani: non hanno mai avuto grande fiducia nella politica e nei politici, nello Stato e nelle istituzioni. Questa deriva trasformista non fa che accentuare questo atteggiamento. Non ci si scandalizza quasi più di nulla. In particolare, si è affermata la convinzione che tutto sia lecito, pur di governare. Che le maggioranze si possano fare e disfare a piacimento. È solo questione di prezzo. Che le elezioni non servano. Tanto poi, in Parlamento, tutto si fa e si disfa. Maggioranze e partiti. Al di fuori di ogni responsabilità politica e personale. È solo questione di prezzo.

b. La seconda richiama direttamente l’ambito politico. Questo mercato dei parlamentari, nel caso il governo dovesse cadere, giustifica la ricerca di maggioranze diverse. Magari a sostegno di governi tecnici e di emergenza. (Lo ha affermato anche Casini a Sky, intervistato da Maria Latella.)

Infine, una considerazione.
Se il Parlamento rappresenta i cittadini, se la maggioranza di governo rappresenta la “volontà popolare”. E se la rappresentanza, in fondo, è come uno specchio. Allora è meglio che lo specchio vada in mille pezzi. In altri termini: occorre cambiare questa legge elettorale, che alimenta l’irresponsabilità degli eletti. Con ogni mezzo. Per non perdere gli occhi e l’anima guardandosi allo specchio.

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Matteo Renzi: Con Fini che cita Almirante ho poco da spartire – l’Unità

Pubblicato da paologobbi su 7 settembre, 2010

di Osvaldo Sabato

Questa volta concorda anche con chi vorrebbe che nella stanza dei bottoni del Pd si facesse da parte: domenica pomeriggio a Mirabello, Gianfranco Fini, ha messo la pietra tombale sul Pdl. Le picconate del presidente della Camera a Silvio Berlusconi per il sindaco di Firenze, Matteo Renzi (uno che di picconate se ne intende), non devono però abbagliare il Pd e il centro sinistra. Il suo è una sorta di avviso ai naviganti a non lasciarsi ammaliare dal canto delle sirene di Fini e dei finiani: «Il Pd e il centro sinistra sono cose diametralmente opposte rispetto a questa gente» dice Renzi. Il primo inquilino di Palazzo Vecchio non ha dubbi: «Noi dobbiamo stare il più lontani possibile da Fini». Insomma è vero che il presente è Mirabello «ma me lo ricordo quando Fini andava in giro con Jean-Marie Le Pen» insiste Renzi «io con uno che cita Giorgio Almirante ho poco da spartire». Sospetto e diffidenza, dunque.

Renzi, qual è la sua ricetta per superare definitivamente la stagione berlusconiana?

«Intanto, quello a cui stiamo assistendo è un balletto umiliante per l’Italia».

Ma per il presidente Pd Rosy Bindi quello di Fini è un tentativo serio di creare nel nostro paese una vera destra europea.
«Se facessi il presidente del Pd mi preoccuperei di costruire una sinistra italiana. Mi stupisce che l’onorevole Bindi, dopo oltre vent’anni di esperienze parlamentari fra Strasburgo e Roma, non colga che il problema non è Fini. Noi piuttosto dobbiamo raccontare che Italia vogliamo e come vogliamo costruirla con il Pd».

Che tipo di partita deve giocare il Pd?
«Credo che noi dobbiamo essere pronti per la competizione elettorale senza inciuci e tatticismi. Dobbiamo provare a dimostrare sul campo l’inganno fatto da Berlusconi agli italiani. Ora tocca a noi fare proposte».

L’occasione potrebbe essere l’iniziativa che lei ha organizzato a Firenze insieme a Civati dal 5 al 7 di novembre?
«Potrebbe. È vero che noi puntiamo ad un ricambio in Parlamento, lo prescrivono le regole del Pd, ma il nostro vero obiettivo è il ricambio del Paese: portare a casa un governo diverso».

Se il nuovo Ulivo di Bersani la fa sbadigliare, in caso di elezioni chi potrebbero essere i compagni di viaggio del Pd?
«In questo momento il tema delle alleanze è l’ultimo dei problemi. Definiamo prima con chi andare, dove andare e chi guida. Il nostro affetto verso la «ditta», anche se il termine di Bersani mi sa troppo di aziendalismo, sta nella voglia di inondare il Pd non di lanci di agenzie sul con chi mi metto, ma di contenuti che possano incrociare i desideri degli italiani di oggi. Noi dobbiamo dimostrare che questo governo, eletto con il contributo di Fini, ha fallito. Se andiamo sui contenuti e riportiamo entusiasmo, come ci scrivono tanti amministratori da tutta Italia, allora vinciamo. Questa partita non si vince con l’autogol sperando in Fini, la vinciamo se andiamo noi all’attacco».

La partita il Pd non la potrebbe vincere anche con l’esperienza di chi lei vorrebbe rottamare?
«I leader nazionali sono importanti, come i parlamentari, ma in determinati momenti occorre avere il coraggio di cambiare. Del resto è lo statuto del Pd che indica il limite dei mandati, basta solo rispettarlo. I leader possono continuare a darci una mano ma facciamo spazi ad altri».

Anche a lei?
«Io faccio il sindaco di Firenze, sto fuori da questa partita. La rottamazione poi non è solo un fatto anagrafico, contano le capacità e le idee, ma è altrettanto assurdo che ci siano degli inamovibili».

Fra questi ci sarebbe anche Bersani eletto segretario con tre milioni di voti alle primarie?
«Nessuno mette in discussione il segretario di oggi. Stiamo mettendo in discussione i parlamentari di domani».

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La politica dell’insulto – Corsera

Pubblicato da paologobbi su 24 agosto, 2010

di Claudio Magris

In un famoso film, in cui interpretava il ruolo di Giovanna d’Arco, un’incantevole Ingrid Bergman diceva a un capitano francese, rude soldataccio valoroso dal linguaggio colorito e sboccato, specie in battaglia: «Se proprio non potete farne a meno, capitano, dite “per le mie staffe”». Oggi difficilmente potrebbe rivolgere lo stesso invito a quei rappresentanti del popolo italiano il cui banale turpiloquio sta trasformando il mondo cosiddetto politico non in una caserma, ambiente ruvido ma dignitoso, bensì piuttosto in uno studio di registrazione di quei rumori che Dante, nell’Inferno, fa emettere a qualcuno dei suoi diavoli. Gli avversari che si scambiano laide contumelie non assomigliano a robusti ancorché rozzi uomini d’arme, ma piuttosto agli anonimi autori di sconci disegni sui muri. Qualcuno — l’onorevole Stracquadanio—auspica di adottare nei confronti degli avversari «il metodo Boffo», che disonora chi se ne serve, e si potrebbero citare molti analoghi esempi.

Anche le cosiddette parolacce fanno parte del linguaggio e dell’essere umano e talvolta si può e si deve usarle, come Dante insegna. C’è uno sdegno, un disprezzo e un coraggio che, in certe circostanze e soprattutto dinanzi al pericolo o a un’infamia intollerabile, le nobilita e le rende necessarie. Altrimenti esse sono soltanto eruttazioni ed è improbabile che un’eruttazione costituisca un ragionamento politico. C’è un’abissale differenza tra la parola «merda» che Cambronne — secondo una tradizione forse leggendaria— grida in risposta all’invito degli inglesi ad arrendersi, quando la sera scende sulla disfatta napoleonica a Waterloo, e la stessa parola «merda » che la signora Daniela Santanchè ha usato riferendosi all’onorevole Fini, presidente della Camera. Difficilmente Victor Hugo potrebbe scorgere qualcosa di alto e di sublime in questo termine adottato dalla signora, che egli celebrava invece nella parola di Cambronne.

Volgarità e sconcezze, in questi giorni, arrivano da tutte le parti e da persone che si credono élite, classe dirigente, leader e maestri nell’arte della politica. Nei confronti delle donne le scemenze ingiuriose si scatenano con particolare indecenza, specie da parte di ex partner, e non valgono certo di più dell’insulto che qualsiasi ubriaco può indirizzare a una signora che in quel momento gli passa accanto; anche fra le donne, peraltro, c’è chi non è da meno nella gara alla scurrilità.

Ci si può chiedere come mai e perché alcune elementari regole del vivere civile sembrano scomparse. Quegli insulti divenuti abituali e assurti a linguaggio della politica sono inaccettabili, ma non solo perché si esprimono con quelle parole grossolane che tutti gli adolescenti hanno adoperato e adoperano e che non sono certo un peccato mortale. La violenza di questa degenerazione dei normali rapporti civili non risiede in una rozza maleducazione, ma nella sostanziale mancanza di rispetto che la genera. Presentarsi a un pranzo in mutande o mettersi le dita nel naso a tavola non è un’offesa alla pudicizia, ma a quel rispetto dell’altro che anche le forme dicono e tutelano.

Il rispetto, insegna Kant, è la premessa di ogni altra virtù, che non può esistere senza di esso, perché il senso della dignità propria e altrui è la base di ogni civiltà, di ogni corretto rapporto fra gli uomini e di ogni buona qualità di vita, propria e altrui. Il rispetto, nei confronti di chiunque, non può venire a mancare mai, nemmeno in circostanze drammatiche. Ci possono essere situazioni — in guerra, o per legittima difesa — in cui può essere tragicamente necessario colpire un uomo; non c’è alcuna situazione in cui sia lecita la mancanza di rispetto, nemmeno nei confronti di un colpevole cui giustamente venga comminata una grave pena.

Chi insulta l’avversario si delegittima; è come fosse politicamente interdetto e si includesse in quelle categorie di soggetti che secondo il vecchio codice cavalleresco non avevano i requisiti per poter essere sfidati a duello. Quegli improperi, pertanto, vanno considerati nulli, fuori gioco. È inutile e forse pure ingiusto prendersela con l’uno o con l’altra turpiloquente, perché ognuno fa quello che può, a seconda dei doni che ha o non ha avuto dal Dna, della famiglia in cui ha avuto la fortuna o la sfortuna di crescere, delle possibilità che ha o non ha avuto di sviluppare liberamente e con signorilità la propria persona o della malasorte che lo ha dotato di un animo gretto e servile. Chi nello scontro politico dice un’oscenità probabilmente non sa dire altro.

Non è uno scandalo che esistano queste volgarità; il grave è che esse non destino scandalo, che i loro autori non paghino dazio per il loro smercio di porcherie. È avvenuto qualcosa, nella nostra società, che ha mutato radicalmente quelle che ritenevamo regole pacificamente e definitivamente acquisite al vivere civile. Certe indecenze dovrebbero venire automaticamente sanzionate; se vengo invitato a casa di qualcuno e mi metto a sputare per terra, parrebbe logico che, quanto meno, non mi si inviti più e si cerchi di tenermi alla larga.

Anche l’ipocrisia, pur spregevole, è pur sempre, com’è stato detto, l’omaggio del vizio alla virtù e indica che una società possiede almeno il senso dei valori o, più semplicemente, di quelle forme che non sono vuota o rigida etichetta, ma espressione di reciproco rispetto. Se cadono queste regole, è come quando una violenta pioggia fa saltare i tombini e la melma delle fognature invade la strada.

Sembra invece che nessun comportamento, nessun insulto rivolto all’avversario politico, nessun gesto o termine disgustoso scandalizzi l’opinione pubblica. È avvenuta una radicale trasformazione che, distruggendo le vecchie classi — la classica borghesia, il classico proletariato — in un processo che per altri aspetti è stato liberatorio, ha distrutto sensibilità, valori, regole che ritenevamo componenti essenziali del patrimonio genetico della nostra società e del nostro Paese.

Marx parlava di «Lumpenproletariat», proletariato intellettualmente pezzente e inconsciamente disponibile a qualsiasi manipolazione politica, contrapponendolo al proletariato politicamente consapevole. Oggi la società è sempre più una pappa gelatinosa, una specie di «Lumpenbürgertum», di borghesia intellettualmente pezzente anche quando è abbastanza pasciuta, che non ha nulla a che vedere con la borghesia classica e non si scandalizza se qualcuno, come l’onorevole Bianconi, offende il presidente della Repubblica (ossia anche se stesso, in quanto il Presidente rappresenta il Paese) o se qualcuno dice di usare il Tricolore per pulirsi il sedere.

È questa trasformazione che ha sconvolto pure la politica, cogliendo di sorpresa chi credeva che certi valori e certe regole fossero alla base del nostro vivere politico e civile e si è trovato spiazzato in un agone in cui quei valori e quelle regole non contano più. In tutto ciò vi è anche un elemento pacchianamente comico, come nei vecchi film che facevano ridere mostrando personaggi che andavano a gambe all’aria, finendo magari in liquami poco appetitosi. Forse oggi solo un artista comico — ad esempio il Benigni di certi inesorabili e umanissimi sketch — può aiutarci, sbeffeggiando questa realtà e permetterci quindi di superarla.

La letteratura avrebbe bisogno di un Gadda, l’unico genio in grado di narrare questo formaggio verminoso, di ritrarre quei visi dei o delle turpiloquenti che spesso, nella smorfia dell’insulto, rischiano di rivalutare le vecchie teorie di Lombroso sulla fisiognomica. A partire da una certa età, dice Camus, ognuno è responsabile della propria faccia ed Enzo Biagi, anni fa, aggiungeva, scrivendo su queste colonne, che alcuni hanno la fortuna di perderla, la propria faccia.

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Siamo tutti stufi di questa politica – la Repubblica

Pubblicato da paologobbi su 15 agosto, 2010

di E.Scalfari

SONO maledettamente stufo di dover seguire i miei obblighi professionali commentando la ripetitiva rissosità e inconcludenza dei politici, l’incontenibile pulsione anticostituzionale di Berlusconi, l’uso dei dossier nei confronti di Fini e le controaccuse dei finiani contro il Cavaliere, gli sbraiti di Di Pietro contro tutto e tutti, il bastone secessionista della Lega che spunta dai borbottii di Umberto Bossi, l’attesa del Partito democratico e Godot che non arriva perché ce ne sono troppi e si paralizzano reciprocamente.

Sono maledettamente stufo e non sono il solo. Sono stufi la maggioranza schiacciante degli italiani con il pessimo risultato che il distacco dalle istituzioni è diventato un abisso. Ed è stufo e molto preoccupato il Presidente della Repubblica, come lui stesso ha detto con parole sue nell’intervista rilasciata tre giorni fa all’Unità.

Napolitano ha segnalato il vuoto che si è aperto da quando la rissa politica si è trasformata in rissa istituzionale; ha chiesto ai responsabili di questo stato di cose di mettervi fine al più presto; ha osservato che una crisi di governo al buio e un’eventuale campagna elettorale “selvaggia” rischierebbero di avere esiti nefasti per la democrazia. Quanto a lui, ha confermato quanto già sapevamo del suo modo di pensare e di agire: farà tutto ciò che la Costituzione gli consente e gli impone di fare se si aprirà una crisi di governo. Niente di più e niente di meno.

Questo suo rispetto degli obblighi costituzionali ai quali ha giurato di attenersi (l’hanno giurato anche tutti gli altri “pubblici ufficiali” a cominciare dal presidente del Consiglio, dai membri del governo e dai presidenti delle Camere, ma sempre più spesso se ne scordano) gli ha infatti procurato un livello di fiducia popolare che sfiora l’unanimità e rappresenta uno dei pochi elementi positivi, forse il solo, della pessima situazione che stiamo vivendo.

La Costituzione stabilisce che spetta al capo dello Stato il potere di sciogliere le Camere se il Parlamento non è in grado di esprimere una maggioranza, così come è in suo potere nominare il presidente del Consiglio e su sua proposta i ministri rinviando il governo alle Camere per ottenerne la fiducia. Da questo punto di vista ha ragione Napolitano di ricordare che non esiste un governo tecnico: i governi debbono ottenere la fiducia del Parlamento e quindi sono tutti e sempre governi politici, quali che siano il presidente del Consiglio e i ministri che ne fanno parte. Purtroppo gran parte dei politici ignorano o dimenticano questi principi costituzionali e le norme che li configurano. Di qui lo stucchevole teatrino che va in scena ogni giorno con poche varianti.

*  *  *

Una variante notevole era sembrata la separazione dei finiani dal Pdl. Le motivazioni erano chiare, il dissenso su punti decisivi  -  a cominciare col rispetto della legalità  -  e la mancanza di luoghi e strumenti per renderlo palese all’interno del partito giustificavano la secessione. Essa però non fu portata alle logiche conseguenze. Si volle mantenere una fittizia appartenenza dei finiani al Pdl “per non tradire la volontà degli elettori che li avevano votati”.

Va detto  -  e Fini lo sa perfettamente  -  che uno dei cardini portanti della nostra Costituzione è l’articolo 67 che stabilisce che “i membri del Parlamento rappresentano la nazione e sono eletti senza vincolo di mandato”. Quest’articolo è fondamentale perché è il solo strumento che impedisce alle oligarchie dei partiti di asservire gli eletti dal popolo. Il popolo trasferisce ai suoi delegati la propria sovranità fino a quando si tornerà a votare.

Non c’era dunque alcun bisogno della finzione finiana che il cordone ombelicale con il Pdl non potesse essere tagliato. Quella finzione è stata adottata affinché fosse evidente chi era stato il responsabile della secessione: un’evidenza però talmente plateale da non richiedere percorsi così tortuosi e sterilizzanti. Ma ora, dopo che è cominciato e continua ad andare avanti il massacro mediatico che i giornali berlusconiani infliggono a Fini con l’evidente supporto dei dossier dei Servizi segreti, si è delineata un’altra anomalia di segno opposto: i finiani, per difendere il loro leader dall’attacco di cui è vittima, sono partiti al contrattacco non solo ricordando fatti antichi e non sanate illegalità del Cavaliere, ma indicando temi recenti di gravissima portata e cioè: l’uso dei Servizi di sicurezza per distruggere gli avversari politici del premier, rapporti di comparaggio del presidente del Consiglio con il primo ministro russo Putin; analoghi rapporti di comparaggio di Berlusconi con il leader libico Gheddafi.

Se i finiani dispongono di prove o almeno di gravi indizi su queste presunte e gravissime illegalità, hanno a nostro avviso l’obbligo di esibirle informandone la competente Procura della Repubblica; non possono invece tenerle in serbo come potenziale deterrente. Chi ha sollevato una questione di legalità deve anzitutto difendere se stesso esibendo prove certe contro le accuse che gli sono state lanciate, ma non può a sua volta ritorcerle senza provarne la consistenza.
Qui risiede il coraggio e la forza della propria coscienza morale.

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Le ossa e i detriti – l’Unità

Pubblicato da paologobbi su 2 agosto, 2010

di C.De Gregorio

Fu una strage fascista, e non c’è da stupirsi se i fascisti di governo non hanno nessuna voglia di tornare sul luogo del delitto. Dovrebbero farlo invece e chiedere scusa ma poi si chiede scusa quando si pesta un piede non quando si ammazzano 85 persone, sarebbe retorica postuma e tardiva e comunque come vedete non si corre il rischio di veder sopraggiungere sussulti di dignità né di vergogna.
Al contrario, la tracotanza con cui il ministro La Russa informa che non sarà a Bologna – né lui né nessun altro esponente di governo – perché «tanto ci avrebbero fischiati» è in linea con l’indecenza morale etica e persino estetica di cui questa generazione post-fascista neo-berlusconinana ha fatto il mantello con cui coprire ogni vergogna. D’altra parte non di scuse avrebbe bisogno questo paese ma di verità e giustizia, le quali di rado si ottengono dalle stesse mani che hanno commesso il delitto.

Il più clamoroso depistaggio alle indagini sulla strage di Bologna fu commesso dagli alti ufficiali dello Stato affiliati alla loggia P2, Licio Gelli aiuto-regista: gli epigoni della P2 sono ancora tutti al governo, il regista ancora ignoto e probabilmente tuttora assai potente, i nuovi piccoli faccendieri della P3 privi persino della grandezza criminale che serve a concepire piani eversivi sono lì a spartirsi i soldi, comparse e comprimari ancora tutti in scena, alcuni decrepiti e malati ma ben saldi alla poltrona. Vi rimando all’articolo di Enrico Deaglio, al modo in cui cuce la memoria ricordando tra l’altro la notte di alcuni anni dopo in cui fummo a un passo dal colpo di stato, Ciampi lo ricorda e a volte sottovoce ne parla.

Trent’anni da Ustica e da Bologna, anche il volo dell’Itavia partiva da lì. Elena Pirazzoli è la giovane studiosa bolognese che ci racconta come possa la memoria essere insieme un lutto e un refrigerio, Camilla Andrini la ragazza nata nel 1980 che La Russa si sarebbe trovato di fronte alla commemorazione se solo avesse avuto la decenza di andarci: avrebbe ascoltato da lei le parole che abbiamo raccolto, è sempre molto interessante ascoltare cosa resta a chi non c’era. Ieri sera c’è stato un bellissimo concerto in piazza, Pippo Del Bono era sul palco e ve ne parlerà domani, chi ha ascoltato RadioTre avrà sentito la diretta di Marino Sinibaldi piena di voci, di domande e di speranze. C’è in effetti, per quanto possa apparire incredibile, ancora un’Italia che spera che arrivi un’onda, prima o dopo, a fare pulizia e a far riemergere le ossa e i detriti dal fondo, così da poter seppellire le ossa, buttare l’immondizia.

E siccome siamo fra questi anche noi, anche noi vorremmo un’Italia bella da viverci che sappia andare avanti senza dimenticare la strada già corsa e sofferta, vi proponiamo due viaggi, d’agosto. Il primo parte domani, ed è più lieve: torniamo a girare tutto il Paese in Vespa come fece 25 anni fa su questo giornale Michele Serra, andiamo a vedere com’è diventata andando piano, con il tempo che serve a fermarsi. Il secondo parte il 10 agosto e sarà il viaggio dell’Unità nell’Unità d’Italia, nei luoghi dove si è fatta l’Italia o si è morti. Ci andremo con la Costituzione in mano e in compagnia dei vivi, naturalmente: a farci raccontare da loro l’Italia cos’è.

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Se il Pdl diventa il Pil – la Repubblica

Pubblicato da paologobbi su 28 luglio, 2010

di Ilvo Diamanti

La cronaca politica  scorre, sempre più tumultuosa, tutta dentro alla maggioranza. D’altronde, quel che avviene al di fuori di essa, oggi, conta poco. Basta leggere, a caso le notizie degli ultimi giorni. Il sottosegretario Cosentino si è dimesso. Come, prima di lui, due ministri: Scajola e Brancher. Quest’ultimo, prima ancora di entrare in carica. Il coordinatore del Pdl, Verdini, invece, è ancora al suo posto. Non si sa per quanto. Lui  e Cosentino  -  ma ora anche il sottosegretario Caliendo – sono indagati. Accusati di avere  agito in un comitato occulto  -  definito, non a caso, P3  -  per condizionare le decisioni del CSM e, in generale, la vita politica. Senza porsi troppi scrupoli. A costo di screditare gli avversari politici. E non solo gli avversari. Visto che tra i bersagli più “bersagliati” incontriamo il governatore della Campania. Caldoro. Designato dal PdL. Eletto nelle liste del PdL.  Dopo l’esclusione di Cosentino.

Appunto: Cosentino. Costretto a rinunciare a favore di  Caldoro. Appunto. Contro cui la P3 ha tramato, per coprirlo di fango. Del PdL fanno parte anche Bocchino e Granata. I quali negli ultimi giorni hanno sostenuto – e ripetuto – che nel partito esiste una “questione morale”. Da affrontare senza indulgenza. Suscitando la reazione di autorevoli leader del PdL. Ad esempio, La Russa. Loro compagno di partito.

Oggi, nel PdL. Ma anche ieri, quando militavano, tutti insieme, in AN. La Russa è intervenuto, come altri esponenti del PdL. Per esempio, Lupi. Senza indulgenza.

Appunto. Hanno invitato i probiviri del partito a occuparsi di loro. Non di Verdini e Cosentino. Ma di Bocchino e Granata. Appunto. E  insieme a molti altri  -   Cicchitto, Bondi, Lupi, Gasparri: tutti del PdL (appunto)  -  hanno esortato Fini  a lasciare la carica di Presidente della Camera. Magari, se possibile, anche il PdL.  Dove è ritenuto, ormai, un corpo estraneo.  Lo scrive il Giornale da mesi  e mesi. Fini è un traditore. Eletto con i voti del PdL al Parlamento, ma anche alla Presidenza della Camera, ora agisce  -  e parla  -  come uno di sinistra. Mosso da rancore personale. Contro Berlusconi. E contro i suoi vecchi compagni (si fa per dire…) di AN. I suoi colonnelli, che 3 anni fa, quando il Cavaliere, dal predellino, lanciò il PdL, lo lasciarono solo. E passarono nell’esercito di Berlusconi. Così Fini fece buon viso a cattivo gioco. E divenne, a sua volta,  socio fondatore del PdL. Per trasformarsi, presto, in un critico implacabile. Secondo Berlusconi: un capo corrente. E nel PdL le correnti non sono previste. A Berlusconi non piacciono. Anzi non le sopporta. D’altronde, non gli piace  -  e non sopporta  -  neppure Fini. Lo ha ripetuto molte volte, negli ultimi giorni. Senza troppa cautela. Sempre negli ultimi giorni, Giulio Tremonti, superministro dell’Economia, ha proseguito la sua faticosa lotta con i ministri del “suo” governo. E con i governatori e i sindaci, compresi quelli del “suo” partito. In nome del “rigore”, del controllo dei conti e del bilancio. Anche se, dicono molti compagni di partito, Tremonti userebbe il rigore come un’arma per ricattare il ceto politico locale e centrale. O meglio: per rafforzare solo se stesso. Anche di fronte a Berlusconi. In fondo, dicono che il vero premier sia lui, Tremonti.  E, per questo, è guardato con crescente insofferenza anche da Berlusconi.

In questa storia di conflitti politici quotidiani, tutta interna alla maggioranza, ma soprattutto al PdL (appunto), il partner più affidabile di Berlusconi è la Lega. Che non è afflitta da correnti e dissensi personali. Comanda solo uno, con la collaborazione dei suoi fedeli. Dopo di lui comanderanno i suoi figli. Eppure neanche la Lega appare affidabile come un tempo. Per esempio, di fronte agli scandali che investivano il ceto politico e i ministri del PdL non ha garantito a Berlusconi un sostegno convinto. Nella vicenda della legge sulle intercettazioni non ha eretto le barricate. Preoccupata di non farsi coinvolgere in faccende untuose, che ne potrebbero indebolire il ruolo di opposizione nel governo. D’altra parte, perché sputtanarsi mentre i sondaggi la danno in ulteriore crescita? Però, anche la Lega ha i suoi problemi. Il progetto federalista è contraddetto dall’opposizione dei sindaci e dei governatori. Che accusano il governo di svuotare, insieme alle risorse, anche l’autonomia degli enti locali. Così ricorre, anch’essa, alla strategia dell’annuncio. Bossi promette che IVA e IRPEF passeranno, presto, sotto il controllo di Comuni e Regioni. Ma poi Calderoli smentisce. Il suo leader non ha mai detto nulla di tutto ciò. Hanno capito male i giornalisti.  Sempre loro. I Nemici del governo e della maggioranza.
Bossi e la Lega, poi, si inquietano ogni volta che Berlusconi dialoga con Casini e l’UdC. Perdono le staffe. E minacciano: noi o loro. Il Nord o il Centro.

Temo che i lettori si saranno stancati di fronte a questa rassegna di notizie degli ultimi giorni. Eppure consumate. Perché le notizie politiche girano su se stesse. Sempre nuove. E sempre vecchie.  Cambiano e si ripetono. Sempre uguali. I fatti, gli eventi, insieme ai nomi. Cosentino, Caldoro, Bondi, Cicchitto, Granata, Verdini, Brancher, Calderoli, Maroni, Scajola, Formigoni, Bocchino, Lupi, Gasparri, La Russa. E, ancora, Fini, Schifani, Bossi, Tremonti. Berlusconi. Sempre gli stessi. Protagonisti, comparse e comprimari  -  a seconda delle occasioni  -  di conflitti incrociati. Perenni. Che si riproducono lungo linee di demarcazione non troppo rigide, non sempre chiare. Perché, in politica, da tempo tutto avviene dentro i confini della maggioranza. L’altro versante resta perlopiù nell’ombra. Al massimo partecipa ai conflitti del centrodestra. Tifa per Fini oppure asseconda le polemiche interne al PdL. Dove tutto evoca una vita spericolata, per citare un noto osservatore della vita politica e sociale, Vasco Rossi. “Ognuno a rincorrere i suoi guai. Ognuno col suo viaggio, ognuno diverso e ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi.”

In questo Paese, dove la virtù più praticata è l’arte di arrangiarsi, dove ognuno antepone a tutto il resto gli interessi personali e della propria famiglia, del proprio borgo, della propria fazione e frazione. Nessun dubbio. Questa maggioranza costituisce l’unica, vera rappresentanza possibile. Più che il PdL, il PIL. Più Che il Popolo della Libertà: un “Popolo in Libertà”.

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Ancora non basta ? – l’Unità

Pubblicato da paologobbi su 18 luglio, 2010

di C.De Gregorio

Che altro deve succedere? “Cesare” – come lo chiamavano nel loro codice Flavio Carboni, Marcello Dell’Utri e soci – sapeva tutto.
«Cesare», cioè Silvio Berlusconi, il capo del governo di questo Paese, sapeva dei ricatti, delle minacce, dei falsi dossier confezionati per screditare candidati non graditi alla Cupola. La scelta del nome il codice è il dettaglio che fa luce sulla scena: Basso impero, scrivemmo molti mesi fa. Qualcosa di peggio. L’imperatore, diceva sua moglie. Nerone, e non più nella versione grottesca di Petrolini. Una china irreversibile in cui avidità e delirio di onnipotenza trascinano il corpo lacero della democrazia. Cosa serve ancora perché sia chiaro anche a chi lo ha votato che al posto di un governo la maggioranza degli italiani ha eletto un losco, impunito, pericolosissime comitato d’affari che opera nell’illegalità assoluta – criminale, dunque – e che agisce al solo scopo di favorire la sua impunità, appunto, i suoi interessi e quelli delle lobbies di riferimento che in questo caso non sono solo petrolieri e signori delle armi ma, prima ancora e insieme, mafia, ‘ndrangheta, camorra.
Cesare sta portando il paese intero ad una condizione terminale di malattia, un cancro in metastasi che non sappiamo più se sia possibile fermare tagliando, togliendo – non basterebbero le dimissioni di una o due delle persone coinvolte, e comunque neanche questo accade. Ci sarebbe piuttosto da augurarsi, come accade per gli incurabili, una fine rapida, una morte che sia di sollievo. Ma cosa succede se a morire non è una persona ma un sistema di garanzie e di regole, un paese intero, la nostra Repubblica: è ugualmente lecito augurarsi la sua fine senza temere conseguenze imprevedibili? Abbiamo gli anticorpi necessari – e gli strumenti, la forza, la capacità – per gestire all’interno del processo democratico una così drammatica e invasiva crisi di putrefazione del sistema?
Qualche settimana fa questo giornale ha dedicato la copertina a Licio Gelli, “chi si rivede” era il titolo, ed ha per l’ennesima volta raccontato come questa classe politica sia figlia di quel progetto eversivo. Berlusconi-Cesare allora era un giovane affiliato così come molti dei suoi uomini. Abbiamo raccontato a chi ha meno di trent’anni cosa sia stata e cosa sia ancora la P2 senza curarci degli occhi al cielo e dei sospiri di sufficienza di chi ogni volta commisera la nostra ostinazione: “ancora la P2, che noia”. Altri si sono mostrati più interessati. El Pais ci ha chiesto un lungo articolo sul tema, diffuso in Nord e in Sud America; alcune prestigiose università americane ci hanno domandato di incontrare gli studenti e i loro docenti per raccontare questa storia. Oggi alla cricca composta da alcuni sottosegretari di governo, da uomini di Berlusconi condannati per mafia, da faccendieri già attivissimi nei giorni del crac del Banco Ambrosiano oltre che da referenti della camorra e della ‘ndrangheta i giornali danno il nome di P3. E’ diversa, questa P3 dalla P2: è come se ne avesse mutuato solo il codice di comportamento – la corruzione, il ricatto, l’uso dei dossier per screditare gli avversari: è una banda che fa i suoi affari, parla in codice e in dialetto, non ha neppure la grandezza criminale di un disegno eversivo. Solo soldi, benefici privati, favori. Non abbiamo più nemmeno i golpisti di una volta. Cesare ha provato a risolvere il problema come fa sempre: occultandolo. Ecco l’urgenza della legge bavaglio. Non ha fatto in tempo, e di nuovo minaccia.

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Le notizie nel pozzo – l’Unità

Pubblicato da paologobbi su 5 luglio, 2010

di C. de Gregorio

C’è qualcosa di pavido e di ottuso, qualcosa che parla della paura di guardare nel pozzo da cui si levano grida, nel modo in cui chi fa informazione – cioè ha il dovere di raccontare quel che accade nel nostro paese e nel mondo – ignora in modo sistematico certe notizie. Proprio le notizie di chi fonda la sua speranza di salvezza nel fatto che qualcuno si occupi di lui.
Non parlo solo degli eritrei respinti in Libia. A proposito di questa tragedia che segnaliamo da giorni, posso solo registrare – con sorpresa, con amarezza – il silenzio pressoché totale del sistema dell’informazione. E qua la legge bavaglio non c’entra. C’entrano altre logiche, evidentemente. Ma avremo modo di tornarci.
Parlo delle donne. Della facilità con cui due, tre, a volte quattro omicidi quotidiani vengono incolonnati nella fila delle notizia in breve, magari con un po’ più di spazio se la notizia è sufficientemente “gustosa” – oggi il carabiniere che uccide con l’arma di ordinanza la ragazza mentre a casa la convivente incinta lo aspetta, una specie di Match Point all’italiana, a canone inverso – e impagina le altre morti, percosse, minacce a far da cornice nella pagina “a tema”.
Quale tema? La mano più grande che gira il polso a quella più piccola, le braccia più forti che soffocano con un cuscino chi non ha la forza fisica per reagire, la voce più grossa che spaventa, ricatta, perseguita e quasi sempre, alla fine, lascia dietro di sè il silenzio.
C’è qualcosa di colpevole, una colpa di tutti, nel modo in cui si volta la testa e non si vuol sentire, quando si parla di questo: eppure è sotto i nostri occhi, nelle nostre case. Manca lo sguardo degli altri: è questo che rende impuniti, che dà la sensazione di poterlo fare.
Non è mai un raptus. È sempre un crescendo di violenza nella tolleranza altrui, nell’altrui indifferenza. La donna che (leggete l’articolo di Maria Grazia Gerina) dice: «mio marito minaccia di uccidermi se vado dall’avvocato per la separazione», e che attiva una richiesta di protezione, è una donna privilegiata. Paradossalmente lo è perchè sa di poter andare da un avvocato, sa di poter attivare una richiesta.
Moltissime non sono a questa soglia di coscienza: ne sono molto al di sotto. E tuttavia neppure la consapevolezza dei propri diritti, la conoscenza delle leggi, è sufficiente. La richiesta avanzata nel mese di aprile non provoca l’attivazione di alcun controllo, di alcuna forma di protezione. Arriviamo a luglio. Ancora niente. Eppure i tempi, anche in un passato recente, erano molto più celeri. Il fatto è che nelle questure del governo della “tolleranza zero” ci sono i tagli. Il personale, e le risorse, scarseggiano.
Dunque immaginate: lui minaccia di ucciderla, lei chiede di essere protetta, lui lo sa, lei per mesi è costretta a vivere inerme con un uomo che in ogni momento potrebbe prendere la sua personale arma di ordinanza – un coltello, una corda, una bottiglia – ed ucciderla. Sarò la prossima, aveva scritto una donna sulla t-shirt qualche anno fa, dopo trenta aggressioni coniugali senza che nessuno fosse mai intervenuto. Siamo ancora a questo. È una mattanza silenziosa, tollerata.
D’altra parte, anche nei paesi dove la violenza contro le donne è punita con grandissima severità c’è qualcosa di omertoso, una specie di colpevole pudore: non si dice. Al Chelsea hotel di New York una decina di targhe celebra le vite geniali e maledette che si sono consumate qui. Dylan Thomas, Bob Dylan, Allen Ginsberg, Arthur C. Clarke che ci scrisse “Odissea nello spazio”. Nessuna ricorda la ragazza uccisa da Sid Vicius nella stanza numero 100. Aveva vent’anni, era bionda, si chiamava Nancy Spungen.

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20 giorni di attività

Pubblicato da paologobbi su 2 luglio, 2010

Siccome mi arrivano parecchie sollecitazione per rendicontare o quantomeno comunicare l’attività di questi (pochi) giorni all’interno dell’amministrazione, spero vi faccia piacere leggere queste righe che riassumono per grandi capi le attività svolte. Premetto che il Comune di Mori ha al proprio interno grandissime professionalità che eseguono con competenza il proprio lavoro e con le quali già da oggi posso dire che sarà un piacere collaborare. Direttamente collaboro con l’ufficio SUAP (sportello unico delle attività produttive) e con l’ufficio Sistemi Informativi.
Innanzitutto sto lavorando nel solco del progetto di riorganizzazione degli uffici comunali che secondo me portrà a grandi benefici sia in termini di efficienza che di snellimento dei processi burocratici. Stiamo scontando una certa arretratezza tecnologica che stiamo cercando di colmare con investimenti anche sostanziosi su attrezzature informatiche e su software di gestione delle pratiche amministrative. Stiamo già pensando anche a progetti per il wifi gratuito per la gente sia nella piazza Cal di Ponte che nella zona della biblioteca. Questo progetto vedrà la luce dopo le vacanze estive. Si sta lavorando anche per l’interconnessione in fibra ottica degli uffici comunali distaccati.
Per quanto riguarda la parte del turismo, sono già avviate le collaborazioni con la Pro Loco e con le altre amministrazioni comunali per alcuni eventi che sono parte integrante della stagione turistica di Mori.
E’ già pronto il programma della Cammina Grestana del 25 luglio con partenza da Pannone sul Doss Alt che è stato assemblato grazie al contributo delle associazioni della Val di Gresta, all’assessore di Ronzo Angela Cattoi e all’inossidabile Enrico Cappelletti della Mostra Mercato. Così posso già dire che è a buon punto la programmazione e la gestione dell’ospitality dei campionati italiani di ciclismo su pista che si svolgeranno dal 23 al 28 agosto con la collaborazione della Pro Loco che si occuperà di tutta la parte culinaria e delle associazioni sportive di Mori che gestiranno la logistica. Sulla Ganzega posso solo anticipare che non deluderà nemmeno quest’anno e che alcune novità sono solo da scoprire. Qui si vuole veramente ringraziare la Pro Loco per l’impegno ormai quotidiano che mette nella programmazione della promozione turistica. Chiudo questo capitolo con un cenno ed un invito alla serata informativa che si terrà a Ronzo Chienis il 16 luglio per parlare del Parco dei Sapori di Loppio. E’ un’opera importante e strategica per il nostro territorio ed oggi dobbiamo cominciare a parlare di come riempirla di proposte. Come amministrazione riteniamo che la scelta viabilistica che interessa la zona debba escludere il fatto che il centro di Loppio sia caratterizzato esclusivamente su una proposta commerciale. Crediamo altresì che il Parco dei Sapori possa essere il luogo del turismo lento che trovi una proposta non per il mordi e fuggi ma che si caratterizzi per il piacere di vivere la piana di Loppio e per visitare la val di Gresta.
Sul commercio vi posso già preannunciare l’apertura del mercato a km 0 già da questo mese. Si terrà il giovedì e vedrà la partecipazione al momento di 6 operatori. Abbiamo in questi giorni ridefinito con le organizzazioni di categoria gli spazi del mercato per addivenire a proposte di modifica anche del nostro regolamento.
Abbiamo fatto anche incontri con i proprietari del Global Village per avere delucidazioni sullo stato di attuazione dei progetti.
Ed ora ultimo ma credo il più importante e strategico, si sono fatti degli incontri con Trentino Sviluppo per l’infrastrutturazione dell’area ex-Montecatini. E’ un progetto che veramente potrà rilanciare il comparto economico in maniera sostanziale in quanto oltre a recuperare un’area, permette di sviluppare progetti (anche culturali) di innovazione. Permetterà anche di sviluppare intelligenze e di portare a Mori tecnologie.
Mi fermo qui chiedendo anche a voi commenti, sollecitazioni per meglio svolgere questo compito.
Grazie.

da parte di Maria Bertizzolo
Vorrei aggiungere che mercoledì 30 /6si è tenuto l’incontro tra il Comune e i potenziali partecipanti , per definire aspetti organizzativi e contenuti del MU.VO di quest’anno, previsto per il 4 e 5 settembre 2010 presso il Parco di Molina.Chiunque volesse in ogni caso fornire ulteriori elementi o suggerimenti può contattare la sottoscritta oppure la responsabile del Progetto giovani- dott. Anna Saccani.

E’ in fase di organizzazione inoltre, a cura della Biblioteca, una mostra fotografica allestita dal Museo storico italiano della I Guerra mondiale di Rovereto dal titolo : “Paesaggi di guerra – Il Trentino alla fine della I Guerra mondiale” che verrà proposta a Mori – ex Municipio – periodo 11/9 – 3/10/2010.

La Biblioteca sta lavorando inoltre al prossimo numero del Campanò.
Sono graditi anche in questo caso argomenti e suggerimenti. Può essere contattato il Bibliotecario – Sig. Edoardo Tomasi.

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