Il Blog di Paolo Gobbi

Diamo forza alle nostre idee

Buone nuove sul commercio

Pubblicato da paologobbi su 26 ottobre, 2011

Riporto la determina del responsabile del servizio commercio della PAT con la quale si finanzia un intervento di 100.000 euro sul comparto del commercio con interventi di arredo urbano nel comune di Mori.

Al lavoro.

SERVIZIO COMMERCIO E COOPERAZIONE

Prot. n. SM/pe

DETERMINAZIONE DEL DIRIGENTE N.  404  DI DATA 13 Ottobre 2011

O G G E T T O:

Agevolazioni ai comuni per la realizzazione di interventi promozionali e di valorizzazione dei luoghi storici del commercio a valere per l’anno 2011 ai sensi della deliberazione della Giunta provinciale n. 448 dell’11 marzo 2011. Concessione di un contributo di 80.000,00 euro al Comune di Mori.

 

Con deliberazione della Giunta provinciale n. 448 dell’11 marzo 2011 sono stati adottati i criteri e le modalità di attuazione dell’articolo 64, comma 1, della legge provinciale 30 luglio 2010, n. 17 per disciplinare il finanziamento degli interventi di qualificazione e valorizzazione dei luoghi storici del commercio.

Il Comune di Mori con sede in Mori, via Scuole 2, il 10 giugno 2011 ha presentato domanda di agevolazione per gli interventi relativi all’anno 2011 per un importo pari a 100.000,00 euro (IVA compresa).

Verificato che in sede istruttoria la documentazione presentata dal Comune di Mori rispetta i criteri e le modalità di cui alla citata deliberazione n. 448/2011.

Visto il verbale istruttorio del 13 ottobre 2011, si propone di concedere al Comune di Mori il contributo di 80.000,00 euro, pari all’80 per cento della spesa ammessa di 100.000,00 euro.

Ciò premesso,

IL DIRIGENTE

-     vista la legge provinciale 30 luglio 2010, n. 17;

-     vista la deliberazione della Giunta provinciale n. 448 dell’11 marzo 2011;

-     vista la richiesta di chiarimenti del Servizio commercio e cooperazione del 26 agosto 2011 e la risposta del Comune di Mori pervenuta il 23 settembre 2011;

-     visto il verbale istruttorio del Servizio commercio e cooperazione del 13 ottobre 2011;

-     vista la legge di contabilità n. 7/1979 e l’articolo 26 del Regolamento di contabilità;

DETERMINA

1)     di concedere, per i motivi indicati in premessa, al Comune di Mori (c.f. 00124030222/p.IVA 00148560220) con sede in Mori, via Scuole 2, il contributo di 80.000,00 euro, corrispondente all’80 per cento della spesa ammessa di 100.000,00 euro (IVA compresa);

2) di erogare il contributo previsto al precedente punto 1), nel seguente modo:

- il 50 per cento ad avvenuta esecutività del provvedimento di concessione;

-     il restante 50 per cento, previa presentazione di:

a)     idonea documentazione di spesa quietanzata (fatture in copia semplice con attestazione della conformità all’originale);

b)     provvedimento di approvazione della contabilità relativa alla spesa sostenuta con dichiarazione del tecnico attestante la conclusione lavori;

c)     idonea documentazione fotografica comprovante la realizzazione dell’intervento;

3) di dare atto che il contributo concesso sarà proporzionalmente ridotto qualora la spesa effettivamente sostenuta dovesse risultare di importo inferiore rispetto a quella ammessa;

4) di fissare, ai sensi della deliberazione della Giunta provinciale n. 1171 di data 10 giugno 2005 e s.m., il termine di ultimazione dei lavori entro 20 mesi dalla data del presente provvedimento, prorogabile per un periodo massimo di ulteriori 10 mesi previa formale richiesta entro la scadenza originariamente prevista;

5) di fissare il termine per la rendicontazione entro 90 giorni dal termine fissato per l’ultimazione dell’intervento, come previsto all’articolo 7, comma 2 della deliberazione della Giunta provinciale n. 448 dell’11 marzo 2011, pena la revoca del contributo concesso, fatta salva la possibilità di ottenere una sola proroga per un periodo massimo di ulteriori 60 giorni, previa formale richiesta entro la scadenza originariamente prevista;

6) di imputare la spesa di 80.000,00 euro derivante dal presente provvedimento nel seguente modo:

- 40.000,00 euro sul capitolo 615632 dell’esercizio finanziario 2011;

- 40.000,00 euro sul corrispondente capitolo dell’esercizio finanziario 2012;

7) di dare atto che, ferma restando la possibilità di adire la competente autorità giurisdizionale, avverso il presente provvedimento è possibile ricorrere al Presidente della Repubblica nel termine di 120 giorni dalla notificazione del provvedimento stesso.

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Rendiconto 2011

Pubblicato da paologobbi su 26 ottobre, 2011

E’ stato discusso il rendiconto 2011 sullo stato di attuazione del programma.

Lo potete leggere qui o scaricare direttamente qui

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Quante ipocrisie sulle indennità – il Trentino

Pubblicato da paologobbi su 26 agosto, 2011

LA LETTERA

Quante ipocrisie sulle indennità

BRUNO BALLARDINI
Ringrazio il mio cielo per avermi dato la possibilità di fare un lavoro che mi piace e che, a distanza di 50 anni dal faticoso inizio, tuttora mi appassiona e lo ringrazio altresì per avermi consentito di fare dell’altro, nella vita, compreso un po’ di politica.
Ricordo i favolosi anni ’70, quando col Psi lombardiano di Renato Ballardini, Iginio Lorenzi, Walter Micheli, Mario Raffaelli, Marco Dalla Fior, Silvano Pontara, Marcello Russolo, Ulderico Micocci e altri che avrò dimenticato pensavamo di poter cambiare se non il mondo certo la nostra piccola provincia, e non è detto che qualcosa non lo abbiamo pure fatto.
Poi è arrivato Craxi, ed è andata come è andata.
Anche in tempi più recenti qualche impegno me lo sono preso, e fra qualche amarezza e molte gratificazioni ho avuto il privilegio di soddisfare la mia passione politica e civile.
Seguo ora con poco entusiasmo la vostra battaglia sulle indennità, non certo perché le intenzioni non siano buone, tutt’altro, ma perché non riesco a non scorgere sotto traccia una alimentata vena di qualunquismo e di antipolitica, e cioè di avversione a quella politica tanto buona quanto necessaria.
Comunque complimenti, complimenti vivissimi perché, se era questo che volevate, pare che un risultato l’abbiate ottenuto se è vero che si arriverà a qualche taglio.
C’è voluto un po’, ma se le commissioni, come talora accade, non impediranno la soluzione del problema, a settembre spigoleremo qualche grappolo caduto.
In altro campo la scelta è stata più rapida e più radicale: il Ministero dello Spettacolo ha deciso, con effetto rivelatosi retroattivo, che gli amministratori di enti e fondazioni non potessero percepire indennità, pena la revoca dei contributi. Nella mia Haydn è avvenuto di essere costretti a restituire le indennità, peraltro modeste, ma sudatissime.
Ma non è per questo che ho inteso scrivervi.
Volevo sottolineare qualche passaggio di vaga ipocrisia che ho colto nel davvero ampio e partecipato dibattito.
Roberto Pinter sostiene di non volerlo quel vitalizio contro il quale ha duramente lottato, ma sostiene pure che è costretto a prenderlo. Vorrei capire perché non lo possa rinunciare, se questo è quanto vuole.
Gli unici contratti a causa illecita sono quelli contrari all’ordine pubblico o al buon costume: quelli contrari a norme imperative sono sanabili da apposite procedure.
Certamente è rinunciabile l’indennità della Commissione dei 12, che pare percepisca. Per il vero, una delle incredibili ragioni che avevano fatto propendere per la sua designazione – ricordo perfettamente le dichiarazioni di Dorigatti – era che la sua presenza in Commissione dei 12 non avrebbe comportato il pagamento di indennità, perché lautamente pensionato dalla Provincia.
Poi pare finita con un’indennità, non rinunciabile anch’essa?
Ma a parte questo, è singolare la sua proposta, fra l’altro nemmeno originale, di dimezzare le indennità a chi, oltre al consigliere provinciale, fa anche altro mestiere.
L’ho già espressa in altra occasione l’opinione che il consigliere provinciale, se lo si vuol fare come ruolo comanda, deve essere fatto a tempo pieno.
Se proprio si vuole ragionare in termini di reddito, si vincoli l’indennità di carica al reddito professionale dell’eletto riferito agli ultimi tre anni precedenti l’elezione, con le opportune correzioni di tetto minimo e massimo.
Si capisce da questo intervento che ho letto vecchi numeri del giornale dopo il rientro dalla vacanza.
Mi ha stupito l’intervento di Mauro Bondi, e il Vostro commento che ne ha fatto del suo caso un modello virtuoso.
Dunque il nostro, che a fine mandato ha l’età di anni 48, rinuncia al vitalizio che, se sono bene informato avrebbe percepito più avanti, credo a 60 o a 65 anni.
Ma non vi rinuncia puramente e semplicemente, come a mio parere avrebbe sicuramente potuto, ma si fa liquidare i versamenti cosiddetti previdenziali che mese dopo mese ha versato per costituirsi il vitalizio, per l’appunto.
Credo di ricordare che la somma percepita si attestasse sui 200mila euro, forse qualcosa di più. Opportunamente investita questa somma garantisce da subito una rendita, e la garantisce fino a quando è investita. Risultato: Mauro Bondi il vitalizio se lo è costituito da subito, senza attendere l’età pensionabile.
Per carità, nulla da eccepire, ma far passare per virtuosa questa condotta mi pare effettivamente eccessivo.
L’ultima curiosità, sempre in tema di condotte virtuose: la “liquidazione” ritirata da Bondi si può considerare una retribuzione differita, una sorta di doppio Tfr (sì, perché l’indennità di buona uscita è stata ritirata a parte).
Se è così, e come iscritto ai Ds dell’epoca ho diritto di chiederlo, la quota al partito è stata versata?
Scusatemi l’esternazione e se vi ho annoiato perdonatemi.

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Il De Gasperi che il Pci ha capito solo dopo – l’Unità

Pubblicato da paologobbi su 19 agosto, 2011

di Giuseppe Vacca


L’ immagine di De Gasperi e della Dc che ha lungamente dominato la cultura politica del Pci fu elaborata da Togliatti in un ampio scritto pubblicato in sei puntate su Rinascita fra il 1955 e il 1956. Lo scritto, del resto assai noto, aveva un titolo quantomai significativo: «È possibile un giudizio equanime sull’opera di Alcide De Gasperi?». Ma sarebbe del tutto fuorviante pensare che rispecchi il giudizio che aveva guidato Togliatti negli anni della collaborazione tra i due statisti che posero le basi della guerra di liberazione e della Repubblica. Per ricavarlo occorre piuttosto guardare, innanzitutto, alle scelte che caratterizzarono la politica di Togliatti dal suo rientro in Italia, nel marzo del ’44, alla «rottura politica» del maggio ’47; in secondo luogo alle successive posizioni del Pci sulle scelte fondamentali di De Gasperi fino al termine della prima legislatura.

L’ALLEANZA ANTIFASCISTA
Vorrei provare a sostenere che, negli anni immediatamente successivi al suo rientro in Italia, Togliatti fosse consapevole che il ruolo eminente nella politica italiana spettasse alla Democrazia Cristiana, che abbia favorito il disegno di De Gasperi di farne il partito dell’«unità politica dei cattolici» e puntato sulla sua figura per garantirne l’ispirazione antifascista e l’impegno ad ancorare la Chiesa alla scelta della democrazia. Non posso addentrarmi nella ricostruzione dei fondamenti della sua strategia; mi limiterò a ricordare il quadro internazionale della Grande Alleanza che le forniva legittimazione e credibilità, e l’opzione per una formula di governo che, successivamente, una mediocre politologia avrebbe definito «democrazia consociativa». Mentre nel pensiero di Togliatti aveva a che fare con la ricerca di nuovi modelli di socialismo. (…) Il progetto del «partito nuovo», basato sulla eliminazione di qualunque vincolo ideologico e sulla richiesta, per l’adesione al Pci, della sola condivisione del programma, apriva il partito alla collaborazione tra credenti e non credenti. (…) Vorrei ricordare infine la posizione di Togliatti sulla successione a Parri… e soprattutto le motivazioni con cui sostenne la successione di De Gasperi. Il punto sostanziale dell’intesa tra loro era l’opzione per una democrazia parlamentare fondata sul ruolo preminente dei partiti popolari.

(…) Nella conferenza del ’61 su «Il partito comunista e il nuovo stato», concludendo l’esame dei risultati conseguiti con la svolta di Salerno, osservava che, senza quella svolta, «ben difficilmente i partiti della sinistra e forse la stessa Dc sarebbero riusciti ad avere quello sviluppo impetuoso che hanno avuto e che rimane una delle originalità dell’attuale situazione italiana». Una nuova fase del suo rapporto con De Gasperi cominciò, come è noto, con l’estromissione delle sinistre dal governo nel maggio del ’47. Togliatti sapeva che con l’avvento della guerra fredda non ci sarebbero potute tornare. (…) Questo scenario creava una disparità incolmabile tra De Gasperi e Togliatti, tra la Dc e il Pci. (…)Ad ogni modo è in questo quadro che si collocano gli atti più significativi della collaborazione del Pci alla costruzione della democrazia repubblicana: il voto a favore dell’articolo 7 della Costituzione, l’atteggiamento sulla ratifica del trattato di pace e il suo contributo alla stesura della Carta costituzionale quando già era stato estromesso dal governo. Sul voto dell’articolo 7 è tuttora diffusa l’opinione che si sia trattato di un’operazione abile e strumentale, e c’è persino chi ha scritto che era stata concepita per bloccare l’estromissione dei comunisti dal governo. Ho cercato più volte di argomentare in altre sedi come quel voto si inserisse in una visione del rapporto tra religione e politica che costituì uno dei tratti distintivi del Pci togliattiano nel panorama del comunismo internazionale. Qui piuttosto vorrei sottolineare che, come Togliatti ricordò nella citata conferenza del ’61, la posizione del Pci sulla questione cattolica, innovatrice rispetto alla stessa impostazione gramsciana, era scaturita dalla considerazione che, dopo il fascismo, con l’appoggio della Chiesa, sarebbe nato «un forte partito cattolico»; inoltre, aveva letto le Idee ricostruttive (opuscolo clandestino della Dc, ndr) e vi aveva riscontrato «un programma molto avanzato nella stessa direzione che era la nostra».

DOPO LA MORTE
Un’immagine riflessiva di De Gasperi fu elaborata dai comunisti dopo la sua morte e fu anch’essa opera di Togliatti. Il profilo che ne disegnò, nel saggio del ’55-’56, è quello di un nemico piuttosto che di un avversario. Il saggio ha il respiro di una ricostruzione storica, sia pure per grandi linee. (…) Al giudizio di «restaurazione capitalistica» Togliatti faceva seguire quello di continuità con lo Stato corporativo. (…) In estrema sintesi, nell’Europa degli anni Trenta divisa, secondo Togliatti, dall’alternativa tra fascismo e comunismo, De Gasperi era stato «un esecutore obbediente e zelante» dell’orientamento della Chiesa, disponibile al compromesso col fascismo ma mai con il comunismo o il socialismo.(…)

Ai giudizi sui contenuti economici del centrismo degasperiano segue quello sulle sue caratteristiche politiche, sintetizzato nella formula «una democrazia che scivola verso la reazione». (…) La formula… oscillava tra l’aspetto politico, esemplificato dal carattere anticomunista e antisindacale del governo, e quello istituzionale, rappresentato dal mantenimento della legislazione penale fascista, dai disegni di legge del ’52, restrittivi delle libertà di stampa, sindacali e di sciopero, e soprattutto dalla legge elettorale maggioritaria… Infine contestava l’europeismo di De Gasperi sostenendo, in linea con le posizioni sovietiche, che l’integrazione europea fosse irrimediabilmente ipotecata dal disegno egemonico americano sull’Europa.

A quasi cinquant’anni da quando questi giudizi furono formulati, non è il caso di argomentare l’erroneità di molti di essi e soprattutto della formula che li compendiava. Conviene piuttosto domandarsi il perché del loro carattere così accentuatamente unilaterale e liquidatorio. (…) A me pare che la coloritura liquidatoria del giudizio su De Gasperi e lo sforzo di argomentare storicamente che la Dc avesse un futuro corrispondente alla sua ispirazione originaria solo in un rapporto solidale con il movimento operaio fossero motivati dall’intenzione di parlare alla nuova generazione democristiana che si andava affermando in quegli anni.(…) L’ambizione storiografica del saggio era dunque finalizzata a gettare le basi di una nuova stagione politica e di una nuova strategia, e le tendenziosi dà dell’interpretazione e l’asprezza dei giudizi erano funzionali a questo scopo.

(…) Riassunta nello slogan della Dc «partito dei padroni» e «partito americano», quell’analisi non consentiva al suo stesso autore di comprendere che la figura e l’opera di De Gasperi avevano costituito un punto di equilibrio, una sintesi e un elemento identitario in cui si riconoscevano tutte le correnti democristiane e avrebbero continuato a riconoscersi sino alla fine della Dc. Nel 1974 Pietro Scoppola pubblicò su il Mulino il saggio su De Gasperi e la svolta politica del 1947 che tre anni dopo sarebbe diventato l’ultimo capitolo de La proposta politica di De Gasperi. Da esso prese spunto Giorgio Amendola per avviare una revisione dello schema togliattiano… Scoppola aveva affermato che la rottura del ’47 era stata condotta in modo da «non sospingere i comunisti verso una opposizione al governo ma al sistema»; Amendola aggiunse informazioni ed elementi di valutazione che lo confermavano e arricchivano. Egli argomentava che dal giugno ’46 Togliatti, consapevole dell’imminenza della guerra fredda, aveva inasprito i toni della polemica contro il governo per prepararsi alla rottura e, pur cercando di rallentarne i tempi, aveva però inteso favorirla. Inoltre, accennando vagamente a testimonianze personali, suggeriva l’idea che De Gasperi e Togliatti avessero in qualche modo pilotato insieme la rottura. Nelle due recensioni del ’77 arricchì le analisi e le testimonianze dando impulso all’abbandono del paradigma togliattiano: un abbandono inizialmente parziale, ma poi sempre più completo. (…)

Nel concepire la sua revisione, Amendola aveva potuto giovarsi dei contributi significativi della storiografia cattolica, ma ad essi non corrispondeva un impegno minimamente paragonabile della storiografia comunista e «di sinistra»(…) il processo di revisione rimase un fatto d’élite, mentre nel senso comune dei militanti e degli elettori comunisti e di sinistra continuò – e forse continua – a prevalere l’immagine della Dc «partito americano» e «partito dei padroni».

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La memoria presente – l’Unità

Pubblicato da paologobbi su 26 aprile, 2011

di C.De Gregorio
Nella guerra di slogan e di manifesti, di fischi e di applausi che ha segnato, purtroppo, anche il 25 aprile due figure assumono ancora una volta(…)
(…)il rilievo di simbolo per la nazione: per quelle parti dell’Italia e per quegli italiani scelgono di identificarsi nell’una o nell’altra. Silvio Berlusconi ha brillato per la consueta assenza (il discorso di Onna, due anni fa, era evidentemente un evento estemporaneo) dalle celebrazioni per la Festa della Liberazione. Si è fatto gli affari suoi, in privato, salvo poi letteralmente esplodere a sera con una nota di palazzo Chigi che annuncia la partecipazione italiana ai raid della Nato in Libia. Bisogna riconoscergli una capacità di adattamento non comune: dal “non disturbiamolo” al “bombardiamolo” in meno di due mesi. La Lega, a quanto pare, l’ha presa malissimo. Staremo a vedere.
Giorgio Napolitano, invece, era al lavoro dalla mattina. In pubblico. Nel giorno della Liberazione, il presidente ha chiamato alla responsabilità nazionale, ha chiesto di «non far prevalere il cieco e acceso scontro», poi ha declinato nell’attualità il significato della Resistenza: «Nonostante la distanza e la diversità dei periodi e degli eventi storici ritroviamo le forze migliori della nazione impegnate a perseguire gli stessi grandi obiettivi ideali: libertà, indipendenza, unità», ha detto.

La Resistenza è adesso, non solo memoria del passato ma disciplina nel presente. È quello di cui si diceva domenica a proposito dei giovani e dell’Associazione nazionale partigiani, della straordinaria prova che danno i ragazzi: una lezione a tutti noi.
Mi trovavo a Casole d’Elsa, ieri, un piccolo paese toscano. Il nuovo sindaco, della cui giunta fa parte un esponente di Casa Pound, ha annunciato alla popolazione che il 25 aprile si sarebbe festeggiato il 29. Ma come, hanno detto gli abitanti di Casole: il 25 è il 25, non si festeggia mica il Natale a Capodanno, ma che bischerata è? In ventiquattr’ore hanno deciso di fare lo stesso un piccolo corteo.

Dalla piazza del paese alla stele ai caduti. Si sono passati parola di porta in porta, si sono convocati alle dieci e mezzo del mattino. Si era una trentina di persone, al principio: sei o sette ragazzi tra cui Alice, la giovane segretaria del Pd locale, un paio di ventenni, un vecchio partigiano, molte donne. Col megafono uno di loro ha cominciato a leggere gli articoli della Costituzione. Nessuno aveva pensato ai fiori da portare alla stele, così una delle donne è salita in casa e ha preso dal salotto la sua pianta di anturium fioriti.

Siamo partiti un’ora dopo, con le coccarde tricolori al petto. Alice ha detto: e se cantassimo Bella ciao? Qualcuno pianissimo ha cominciato a cantare, le finestre del paese si aprivano, qualcuno applaudiva, qualcun altro scendeva per unirsi al corteo. Lido, il vecchio partigiano, cantava più forte di tutti, e I ragazzini con lui. Poi ha cominciato a cantare le canzoni della Brigata Garibaldi, e si è fatto silenzio: nessuno sapeva quelle parole. Così siamo arrivati al monumento ai caduti e Lido ha cantato tutte le canzoni di quando andava in bicicletta al rifugio sulle colline metallifere, aveva 15 anni. Poi, commosso, ha chiesto: e adesso cantiamo tutti l’inno. Con l’Inno di Mameli si è conclusa la cerimonia: una cinquantina di persone di ogni età, a cantare insieme. I ragazzi lo hanno baciato, gli hanno detto ci rivediamo il primo maggio, Lido.

Ecco, è stata una cerimonia così. E siccome c’era il sole, le colline metallifere erano lì davanti, ciascuno raccontava un aneddoto e ricordava qualcuno abbiamo salutato anche due amici che ci hanno lasciati in questi giorni, Vezio Bagazzini e Mario Di Carlo. La lezione passata di bocca in bocca, di padre in figlio è stata tramandata anche da loro, e per questo grazie.

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Relazione al bilancio 2011

Pubblicato da paologobbi su 30 marzo, 2011

INTRODUZIONE DEL SINDACO

RELAZIONE INTRODUTTIVA

Il mutato contesto economico di riferimento venutosi a creare dopo la crisi del 2008 ha modificato in modo permanente il mondo in cui viviamo. Il bilancio 2011 che l´Amministrazione Comunale si appresta ad approvare rappresenta, nell’ambito che ci compete, una risposta responsabile e coraggiosa alla crisi che sta investendo il nostro Paese.
Ora più che mai è di fondamentale importanza assumere scelte, pur se difficili e se necessario radicali, e proseguire nella necessaria riorganizzazione della macchina comunale, perfezionando un percorso atto ad incrementarne l’efficienza e la trasparenza con l´obiettivo di eliminare gli sprechi e migliorarne l’efficacia.
Le scelte che vengono portate avanti dalla Amministrazione sono condizionate dai tagli ai trasferimenti agli Enti locali con cui di fatto il Governo elimina servizi ai cittadini senza prendersi responsabilità alcuna.
I tagli fatti ai comuni ricadono sui cittadini e sulla comunità.

Per anni il comune ha potuto sostenere la qualità e la quantità dei servizi erogati grazie ad una grande spesa sociale. Questo oggi non è più possibile e perciò si prospettano due scelte: ridurre i servizi e gli aiuti alle famiglie e alle associazioni o investire sullo sviluppo liberando risorse per la scuola, per il sociale e per i servizi. La nostra amministrazione sceglie questa seconda strada. Verranno sostenuti i servizi sociali e scolastici, anche se non sarà possibile prescindere da una revisione della percentuale di autofinanziamento degli stessi. Il bilancio in presentazione contiene le risorse finalizzate agli interventi nelle frazioni, investimenti per la sistemazione e la messa in sicurezza degli edifici scolastici, l´impegno per garantire il trasporto pubblico locale e lascia sostanzialmente inalterate le risorse destinate alla scuola e al sociale.

Siamo entrati in un epoca diversa da quelle a cui per decenni siamo stati abituati. E’ giunto al capolinea, mostrando tutte le sue incongruenze, un modello di sviluppo che dagli anni ottanta in poi si è basato sulla deregolamentazione, sul ricorso all’indebitamento (privato e pubblico), sulla centralità dei consumi (privati e pubblici) e sul consumo smodato delle risorse non rinnovabili, ad esempio il territorio, come fattori di crescita.

Il dover far fronte all’emergenza generata da questi comportamenti pubblici e privati comporta l’adozione di provvedimenti di finanza pubblica da parte del Governo e della Provincia che incidono anche sul bilancio del nostro Comune, sia in termini di risorse disponibili sia sulle modalità operative di gestione degli interventi.
L’accordo di Milano tra Stato e Provincia richiede che anche il Trentino partecipi alla riduzione del debito pubblico nazionale ed introduce non poche novità, tra cui quello dell’autonomia finanziaria: le entrate degli enti pubblici dipenderanno dalle tasse pagate direttamente sul nostro territorio.

In termini generali questo nuovo quadro di riferimento dovrebbe indurre tutti a spostare la spesa verso impieghi più efficienti e meglio mirati verso gli obiettivi che si vogliono conseguire.

In Trentino la riforma delle istituzioni, con la nascita delle Comunità di Valle, richiede a tutti un maggior impegno. E’ un’occasione da non perdere al fine di migliorare i servizi e nel contempo ridurre i costi utilizzando appieno il potenziale del nuovo ente come strumento di pianificazione e di razionalizzazione nell’utilizzo delle risorse. Nei prossimi mesi ci adopereremo affinché la Comunità di Valle sia riconosciuta come necessaria ed obbligatoria interlocutrice sulle materie di sua diretta competenza che sono anche determinanti in alcuni servizi, quali le attività socio-assistenziali, le politiche per l’edilizia sociale, il diritto allo studio, la gestione delle risorse del Fondo Unico Territoriale, la gestione del ciclo dei rifiuti. In questo ambito verrà accentrato anche il nostro Corpo intercomunale di Polizia Locale, attualmente operante sul territorio dei tre Comuni consorziati. Questo in considerazione delle nuove linee indicate dalla Pat sul tema della sicurezza e sulla necessità di aumentare l’efficienza del servizio.

Uno dei momenti più importanti dell’anno per la vita amministrativa di un ente pubblico è quello della predisposizione ed approvazione del bilancio previsionale perché in tale occasione è necessario fare delle scelte, avendo davanti le tante esigenze ed i limiti delle disponibilità finanziarie.
Noi abbiamo la fortuna di vivere in Trentino, terra che ha saputo negli ultimi decenni riscattarsi, vedere crescere molto il livello di qualità della vita, tanto da essere sempre ai primi posti nelle varie graduatorie stilate da autorevoli istituti di ricerca. Abbiamo saputo creare delle condizioni di vita tali per cui il Trentino è uno dei luoghi in cui si vive meglio in Italia.
Quindi partiamo da una situazione di vantaggio. Dobbiamo mantenerla e continuare ad operare affinchè si migliori ancora.

Il nostro primo bilancio è il documento di programmazione con cui iniziamo a fare scelte concrete che derivano dalle esigenze della comunità da noi considerate prioritarie e dalle disponibilità di bilancio. E’ però condizionato da pesanti fattori esogeni sia perchè arriva dopo la crisi avviatasi nel 2008 in America, che molti problemi sta creando anche al Trentino; sia perchè, al di là della crisi, l’enorme debito pubblico italiano impone anche al Trentino di contribuire alla sua riduzione. Secondo il Ministro Tremonti noi riceviamo come trasferimenti dallo Stato il 115% di quanto paghiamo di tasse, dovremmo arrivare al 90%. Le nuove regole introdotte dalla Pat da quest’anno incidono pesantemente sull’operatività dei 27 comuni con più di 3.000 abitanti in quanto non è più possibile contrarre mutui per finanziare nuovi investimenti e le opere pubbliche comunali non possono nemmeno essere realizzate utilizzando i fondi “risparmiati” negli anni precedenti ed evidenziati nei bilanci dei Comuni come avanzo di amministrazione.
A seguito dell’accordo di Milano dal 2019 il Trentino avrà a disposizione solo il 90% delle tasse pagate dai trentini, lo Stato si tratterrà il 10 % delle stesse. Attualmente ci viene trasferito il 115% di quanto incassato sul nostro territorio. Anche questo costituisce un cambio epocale: il 25% in meno delle risorse a nostra disposizione. Alla riduzione della disponibilità netta (il bilancio della PAT cala nel 2011 di 50,3 ML €), si aggiunge l’ulteriore norma del Patto di stabilità che impone il bilanciamento dei flussi di cassa in uscita con quelli in entrata. In tal modo si riduce ulteriormente la possibilità di investimento.
Dobbiamo quindi imparare ad essere più sobri e tutti assieme investire per le generazioni future. “A fare meglio con meno”.

Per superare la crisi la Provincia sta investendo moltissime risorse, finanziarie e non, per incrementare la competitività del nostro territorio in un mondo in cui la globalizzazione è un dato di fatto e la competizione è sempre più forte, in un contesto in cui grandi aree (Cina ed India, Brasile e Sudafrica), ma anche piccoli Stati, stanno crescendo a ritmi più sostenuti dei nostri e anche gli altri paesi europei hanno un’economia più dinamica. In Trentino si stanno realizzando e progettando infrastrutture per metterci in grado di competere con gli altri territori (strade e ferrovie, collegamenti informatici, università, istituti di ricerca).
Per fare ciò stanno però impegnando le entrate dei prossimi bilanci, cioè la quota di competenza della nostra Provincia delle tasse pagate dai residenti in Trentino, che verranno versate negli anni futuri, fino al 2028!

La crisi economica impone radicali mutamenti anche alla Pubblica Amministrazione. Anch’essa deve essere competitiva, nel senso che deve sapersi evolvere, stare al passo con i tempi, passare dalla cultura procedurale ad una di risultato per essere a fianco, all’unisono, del nostro sistema territoriale e dei cittadini che sono esposti alla competizione internazionale.

In questo possiamo dire che Mori ha precorso i tempi. La nostra Amministrazione ha portato a compimento la scelta fatta dalla precedente di avviare una riforma della macchina amministrativa. Processo avvenuto nella fase iniziale con il supporto del Consorzio dei Comuni. La filosofia della riforma che mirava alla razionalizzazione della struttura organizzativa, alla semplificazione dei procedimenti e all’ottenimento di un miglior servizio per il cittadino, ha trovato nel vertice della struttura, cioè il Segretario Comunale, un sostenitore altrettanto convinto. Tale riforma è ora pressoché ultimata. Dobbiamo ora confrontarci però con i vincoli alla spesa per personale che per i Comuni delle nostre dimensioni significa ridurre comunque questo aggregato. Nel nostro comune il costo per il personale incide per il 52% sulla spesa corrente, un dato che nelle statistiche redatte dalla PAT ci vede purtroppo ai vertici, ma che è anche influenzato da una spesa corrente storica più bassa rispetto a quella degli altri comuni di dimensioni analoghe alla nostra. Con le OOSS abbiamo convenuto ancora nel 2010 di passare ad un sistema premiale legato ai risultati effettivi raggiunti, non a valutazioni legate a sistemi contabili in cui veniva premiata la presenza anziché il risultato. Insomma riconoscere di più a chi lavora di più, a chi sa innovare, a chi sa essere più dinamico. Condividiamo il principio: “essere dipendenti pubblici determina un dovere in più, non un diritto in più” .

Abbiamo riformato la struttura del bilancio in modo che il documento di programmazione sia redatto in modo congruente con la struttura organizzativa dell’Ente allo scopo sia di semplificare la gestione dello stesso, in tal modo realizzando economie di gestione e recupero di efficienza, sia di renderlo più comprensibile anche per i non addetti ai lavori.

Come avevamo scritto nel nostro programma di governo, abbiamo fatto un bilancio partecipato che è stato presentato in tutte le Frazioni e anticipato in una apposita riunione dei Capigruppo. E’ stato inoltre organizzato un incontro per i Consiglieri per informarli sulle nuove normative di bilancio introdotte quest’anno.

Arriviamo a presentare il bilancio all’approvazione del Consiglio Comunale entro il termine del 31 marzo, avvalendoci della possibilità prevista dal Governo e dalla Provincia, per tenere conto del contenuto del Protocollo d’intesa in materia di finanza locale per il 2011, delle norme inserite nella Legge Finanziaria della Provincia (L.P. 27 dicembre 2010 n° 27) e dei principi espressi nella normativa per il Patto di Stabilità per il 2011.

Per quanto riguarda la spesa corrente, purtroppo assai rigida (il 52% della stessa è assorbita dal costo del personale e circa il 20% da costi per utenze) si confermano a grandi linee le cifre consolidate.

In questo momento in cui la crisi occupazionale si sta facendo acuta anche in Vallagarina, abbiamo scelto di confermare il potenziamento del nostro sostegno all’occupazione, ovviamente per quanto nelle nostre possibilità e con gli strumenti a nostra disposizione. Anche per il 2011 sono state attivate tre squadre nell’ambito del progetto dell’Azione 10 previsto a livello provinciale, offrendo in tal modo possibilità d’impiego a 24 persone. Altre 5 persone sono impiegate a sostegno dell’attività degli uffici.

Le nostre scelte di investimento sono state guidate dalla necessità di dotare il nostro territorio di quelle infrastrutture, in alcuni casi attese da anni, necessarie per far fronte alle esigenze di una comunità che è cresciuta numericamente in modo significativo anche a seguito di un notevole sviluppo edilizio, i cui effetti non si sono ancora completamente dispiegati.

Mori si sta rapidamente trasformando: da borgata sta diventando “città urbana” alla ricerca di una propria identità sull’asse Vallagarina – Alto Garda. L’approssimarsi alla quota storica dei 10.000 abitanti, per la necessità di farvi fronte soprattutto con la realizzazione di nuovi edifici scolastici nelle difficoltà di bilancio di cui alle premesse, ci impone scelte urbanistiche importanti, coraggiose e moderne.
La revisione del P.R.G. non può sottrarsi a questo scopo, ma ne deve diventare il principale mezzo.
La “vecchia” pianificazione del Piano Urbanistico Comprensoriale, con le sue residuali aree di espansione e le scelte, da noi non condivise, relative al comparto ex PGZ 9, sono un’eredità della quale ci stiamo facendo carico con l’attenzione per i diritti acquisiti, ma anche con l’attento monitoraggio sulle possibili alternative a scelte che riteniamo anacronistiche e largamente fuori scala.
Sono ora evidenti a tutti gli effetti di questo tipo di pianificazione. L’area del PGZ 9 in particolare, ne è un esempio. Non è sufficiente il riferimento al possibile sviluppo economico ed occupazionale a suo tempo ipotizzato su tale area, a mitigare il fatto che quella parte del nostro territorio non sarà più come prima e che lo sviluppo lì realizzato modificherà per sempre l’intera nostra comunità. Ed è per questo che il P.R.G. avrà la grande responsabilità di evitare che Mori cresca inseguendo questo modello di sviluppo insostenibile. Lo strumento urbanistico comunale, quanto più condiviso possibile, dovrà avere come prima caratteristica la ricerca di uno sviluppo urbano equilibrato e sostenibile, nell’interesse di tutte le componenti sociali ed economiche della comunità e quindi sarà redatto rendendo senz’altro prevalente l’interesse comune, cioè di tutti.
Quindi andrà privilegiata quanto più possibile la salvaguardia del territorio urbano, rurale e montano del comune, caratteristica che ne dovrà delineare il valore in futuro anche verso l’esterno. Ciò si potrà ottenere attraverso: la ricollocazione di attività esistenti a forte impatto urbanistico ed ambientale; il mantenimento e sviluppo delle caratteristiche di ogni ambito urbano, suburbano ed in aree aperte; l’assoluto ridimensionamento dello sviluppo edilizio di media e grande scala; la verifica sulla funzionalità del “sistema viario”. I punti di riferimento sono individuabili: nella volontà di creare relazioni qualitative fra spazi liberi ed edificati; nel riequilibrio delle funzioni urbanistiche territoriali, residenziali, terziarie, produttive e viabilistiche; nella ricerca di una “città verde”. Nei prossimi anni, anche attraverso l’adozione di tecnologie costruttive bioecocompatibili ed alla prescrizione di realizzare spazi verdi di qualità nelle pertinenze degli edifici, si potrà caratterizzare il nostro territorio. Questo risultato contribuirà chiaramente anche alla riqualificazione ed al rilancio di Mori in ambito turistico, potendo offrire un territorio piacevole da vivere in tutti i suoi aspetti.

Nella logica del miglioramento della competitività del territorio, per noi è importante che le aree produttive della ex-Montecatini, delle Casotte, delle Brianeghe diventino dei poli di sviluppo economico. Sia per le opportunità occupazionali connesse sia per l’effetto indotto che, in base alle nuove norme fiscali introdotte dal governo con il federalismo municipale, possono avere come fonte di entrata per le casse comunali. Con le nuove norme per poter sostenere la spesa è indispensabile avere fonti di entrata proprie.

Oltre a quanto esposto nel documento in presentazione, colgo l’occasione per aggiornare tutti i Cittadini su una serie di altre questioni aperte e importanti per la nostra comunità.

• Viabilità

 LOPPIO – ALTO GARDA: è noto che la Provincia ha depositato all’Ufficio VIA il progetto preliminare del collegamento Loppio – Alto Garda il quale prevede una viabilità a doppia galleria dal lago di Loppio fino a sud di Arco.
Il Consiglio Comunale di Mori nelle osservazioni inviate alla PAT (delibera C.C. n. 42 del 11 nov. 2010) ha ribadito il fatto che tutte le soluzioni progettuali che saranno presentate
dovranno prevedere come prioritaria la messa in sicurezza dell’abitato di Loppio.
A seguito dei successivi incontri avuti con l’assessorato ai Lavori Pubblici della PAT si è concordato di costituire un Gruppo di lavoro specifico per Loppio, nel quale opereranno funzionari della Provincia e rappresentanti del Comune.
La Pat ha inoltre confermato di avere in corso la procedura di appalto per la rotatoria prevista a Loppio all’intersezione con la provinciale per la Val di Gresta, prevedendo nel corso dell’anno l’inizio dei lavori.

 S.S 240 dei Laghi di Loppio e Ledro: accesso alle campagne in loc. Vinchel (Mori ovest); la Provincia sta progettando la soluzione per consentire l’accesso ai fondi attraverso un sotto passo alla S.S. 240. Soluzione che sarà condivisa con l’abitato di Mori Vecchio.

 S.P. 45 Valle S Felice – Lenzima: La progettazione per il miglioramento e la messa in sicurezza di questa strada è stata inserita nel Programma dei lavori del Servizio Infrastrutture stradali e ferroviarie. Opera ora ancora più strategica in quanto necessaria ad uno sviluppo agri- turistico della Val di Gresta per valorizzare ad esempio il grande lavoro svolto dagli Alpini di Mori negli ultimi 10 anni, cioè il recupero delle opere militari del Grom (nel 2010 visitate da circa 2.500 persone).

 S.P. 3 del Monte Baldo: al fine di togliere il traffico che l’altopiano di Brentonico genera e che attraversa a Mori (5.000 veicoli al giorno) nel programma di legislatura abbiamo inserito la realizzazione di una bretella interrata, per evitare incroci con le strade per Tierno, che colleghi la S.P.3 all’altezza del centro commerciale ex Heidi e si colleghi con la S.P. 90 1° tronco nei pressi della rotatoria per la zona artigianale, sfruttando il percorso ancora previsto dal PRG. Con la Provincia si è concordato di produrre un dossier sulla proposta su cui iniziare a lavorare per addivenire ad un prossimo inserimento dell’esigenza nel Programma della Opere stradali. Sul tema sarà coinvolto anche il Comune di Brentonico.

• Recupero ex Montecatini
Dopo anni di stallo si sta predisponendo il progetto, di concerto con Provincia (Assessorati all’Industria ed Urbanistica) e Trentino Sviluppo S.p.A., proprietaria dell’area, per l’adozione di una variante al PRG per l’area ex-Montecatini con lo scopo di separare le proprietà e definire due comparti: uno per gli immobili produttivi ed uno per le residenze. Si tratta di un passaggio preliminare per consentire a Trentino Sviluppo la bonifica dell’area, senza coinvolgere la società proprietaria delle ville. L’Amministrazione attuale si sta attivamente muovendo con tutti i soggetti interessati per sollecitare la partenza di questo progetto che a noi sta particolarmente a cuore, sia per la sua importanza strategica per il nostro territorio, sia perché vogliamo accelerare l’immissione nella nostra economia dei 30 milioni di euro già previsti da Trentino Sviluppo per la riqualificazione dell’area.

• Area Casotte

Attualmente è in corso, da parte della Provincia, l’appalto dei lavori per la realizzazione della viabilità d’accesso, comprensiva di quella interna. L’importo complessivo è di € 6.737.716,89. La presentazione delle offerte scade il prossimo 26 aprile e l’inizio dei lavori è previsto verso fine anno. L’area delle Casotte è lo spazio produttivo più grande del Trentino che verrà messo a disposizione degli operatori economici. È in una posizione geograficamente strategica ed ottimamente servita dalla grande viabilità. È inoltre importante anche dal punto di vista paesistico, in quanto gode di ottima visibilità, in particolare dall’A22; quindi è una “vetrina produttiva” ed in quanto tale è necessario realizzarla con una elevata qualità architettonica, anche in sintonia con i dettati del nuovo PUP in materia di salvaguardia del paesaggio e di marketing territoriale.
Al tal fine è importante che l’edificazione degli immobili produttivi avvenga in rispetto di un Piano Attuativo ai fini generali, da redigere in stretta collaborazione con la PAT, all’insegna delle migliori tecniche costruttive in materia di risparmio energetico, produzione di energia e gestione dei rifiuti.

• Area Brianeghe

L’area produttiva Brianeghe rappresenta l’ulteriore polo produttivo di Mori. È in una posizione assai delicata sia per la vicinanza all’abitato sia per la sua visibilità dall’arteria autostradale.
In questi mesi numerosi sono stati gli incontri tra Amministrazione comunale e le aziende di lavorazione inerti insediate nell’area. E’ stato raggiunto un accordo sui percorsi interni ed il conseguente utilizzo della nuova viabilità realizzata da una delle aziende ivi operanti. Ora va formalizzato comprendendo anche le permute dei sedimi vecchi e nuovi della viabilità ed andrà redatto un piano guida che consenta anche una conversione produttiva delle attuali attività.

• Area Piccoli

Altro annoso problema è la riqualificazione dell’area Alpi Marmi Piccoli. Diversi sono stati gli incontri con la proprietà e con il SAIT interessato alla possibile collocazione sull’area della Famiglia Cooperativa. L’area, facente parte del centro storico, è soggetta ad un progetto di riqualificazione urbanistica e la nuova normativa provinciale sul commercio facilita la collocazione in centro storico delle superfici di vendita del tipo alimentari. L’eventuale presenza in quest’area della Famiglia Cooperativa risponderebbe a diversi obiettivi dell’Amministrazione comunale: si ritiene importante il permanere di un supermercato di alimentari in tale zona, attualmente tutte le altre grandi superfici di vendita sono collocate nella parte ovest della borgata; la presenza in centro storico di un insediamento di questo tipo sarebbe funzionale alla realizzazione del centro commerciale naturale; inoltre l’attività della Famiglia Cooperativa in Mori garantisce anche l’apertura dell’altro punto vendita di Tierno, servizio ritenuto indispensabile poichè tale abitato vede la presenza di molti anziani, diversamente in grande difficoltà nell’effettuare la spesa.
In questi ultimi mesi l’Amministrazione comunale si è resa parte attiva per facilitare la realizzazione di un progetto condiviso.

• Parco dei sapori

Tra le opere finanziate, che troviamo riportata nel Programma delle Opere Pubbliche, c’è il Parco dei Sapori. Se ne parla ormai da più di 10 anni. Ad oggi abbiamo il terreno su cui deve sorgere già espropriato e il progetto esecutivo redatto ed approvato, in sostanza pronto per l’appalto. Però nelle opere previste dal progetto mancano alcune voci, stimate dal progettista in circa 600.000 €, che non trovano copertura nel finanziamento assegnato dalla PAT; tale maggior spesa, potrebbe essere coperta con l’importo del ribasso d’asta, visti gli ultimo appalti assegnati.
L’opera rientra in quelle previste dal Patto Territoriale della Val di Gresta nel quale abbiamo come partner i Comuni di Isera e di Ronzo – Chienis. I nuovi amministratori dei due Comuni hanno da subito manifestato perplessità sull’opportunità di realizzare l’opera, per vari motivi: per i possibili problemi gestionali che potrebbero comportare costi per i Comuni; sostengono che nell’epoca di internet, ci siano modalità più efficienti per la promozione del territorio; infine ritengono che ci siano altre opere più importanti per lo sviluppo dei loro comuni.
Diversi sono stati gli incontri tra le tre Amministrazioni, con il Tavolo del Patto e con la Provincia.
Un recente incontro con esperti nazionali di Slow Food, già impegnati anche con la creazione di alcuni presidi proprio in Val di Gresta, porterà all’emissione di un loro parere su questo progetto di promozione del territorio.
Negli incontri fatti in questi primi mesi ci si è trovati concordi sull’imprescindibile necessità di promuovere i nostri territori. Scartata l’ipotesi, contenuta nel progetto iniziale, di una gestione diretta da parte delle amministrazioni pubbliche, si sta valutando la possibilità di realizzare l’opera attraverso le modalità della finanza di progetto. Con tale strumento si individuerebbero sia il realizzatore dell’immobile sia il gestore, imprenditori singoli od associati, confermando in tal modo l’interesse degli operatori economici sulla validità dell’iniziativa.

• Cantina sociale

È in via di completamento la realizzazione della nuova Cantina Sociale, per la quale il precedente Consiglio Comunale aveva approvato apposita deroga urbanistica.
Da tempo è in corso una trattativa tra Cantina Sociale e Provincia, tramite Patrimonio del Trentino S.p.A., per la vendita della vecchia struttura di via del Garda. Per completare questa operazione Patrimonio del Trentino ha chiesto al nostro Comune di dichiarare il proprio interesse al subentro nella proprietà.
Questa Amministrazione, pur in assenza dello strumento del nuovo PRG, quindi in mancanza di scelte definitive in tema di realizzazione di nuove opere pubbliche, ha comunicato di avere un concreto interesse per destinare l’area a un uso pubblico.
Le attuali priorità di investimento quali la ricostruzione della Scuola Media, il potenziamento degli acquedotti, il completamento reti fognarie in Val di Gresta, la messa in sicurezza da caduta sassi dell’abitato di Mori, oltre alle incertezze di bilancio impongono che l’operazione in parola sia realizzata non precludendoci le possibilità di ottenere i finanziamenti per le altre opere pubbliche ritenute prioritarie.

• Opera di prevenzione frane nell’abitato di Mori

Nel corso del 2007 è stato redatto ed approvato da parte dell’Amministrazione comunale, il progetto preliminare per la “Realizzazione opera paramassi a protezione dell’abitato di Mori, da Mori Vecchio al Santuario di Monte Albano” a firma dell’ing. Giovanni Togni. L’attuale versione progettuale prevede la realizzazione di una serie di valli – tomi aventi la funzione di fermare e raccogliere, prima dell’impatto con le sottostati abitazioni, eventuali massi provenienti dalle pareti rocciose alle spalle della borgata.
Il tema è sicuramente complesso e reso ancor più difficile, oltre che dagli aspetti finanziari, dal fatto che si rende ora necessario anche un intervento a protezione della parte ovest di Ravazzone.
Probabilmente la soluzione ottimale per rendere sicuro l’abitato di Mori, contemperando tutte le necessità, ivi incluse la salvaguardia delle proprietà, l’aspetto paesaggistico, le difficoltà d’accesso, la gestione del cantiere ed il contenimento dei costi, richiede l’applicazione di diverse soluzioni, oltre al vallo – tomo anche la posa reti di reti e il bloccaggio di massi in parete.
La complessità e delicatezza dell’intervento, ma anche la localizzazione, cioè in fondovalle dell’Adige, nelle vicinanze dell’A22, ha portato a richiedere recentemente alla PAT che sia essa stessa ad assumersi l’onere della progettazione e realizzazione. In tal modo l’opera potrebbe divenire, nel contempo, anche un esempio di applicazione delle diverse discipline ed essere un progetto pilota.

A - PROVVEDIMENTI FINANZA PUBBLICA

Un ente come il nostro ha un bilancio in cui le entrate sono fino ad ora fondamentalmente determinate in modo esogeno, a questo proposito va rilevata la volontà della PAT di considerare anche l’entità dei finanziamenti percepiti in passato nel determinare l’entità dei trasferimenti futuri, in questa situazione di contrazione delle risorse disponibili.

In previsione delle ulteriori variazioni che interverranno nei prossimi anni sul fronte della finanza pubblica generale è necessario prepararsi per essere in grado di attivare anche fonti autonome di entrate.
Con l’entrata in vigore del federalismo municipale verranno restituite ai Comuni la facoltà di imporre addizionali Irpef, la possibilità di reintrodurre la tassa di scopo per progetti mirati prevista dalla Finanziaria 2007 e viene istituita l’imposta municipale unica (Imu) la quale sostituirà a partire dal 2014 alcune imposte locali.
Anche in vista dell’introduzione di queste novità abbiamo ritenuto necessario un intervento di riorganizzazione dell’Ufficio tributi sovra comunale. Vogliamo ristrutturare questo ufficio al fine di renderlo più rispondente alle nuove esigenze della finanza locale. Con l’attuazione del federalismo fiscale sembra diventare viepiù importante per i comuni disporre di una conoscenza approfondita della realtà economica del proprio territorio affinchè si riesca a costruire un sistema equo in cui tutti concorrano in base alle proprie capacità allo sforzo comune.

Sul lato delle spese correnti abbiamo un bilancio che in buona parte è ingessato, dove oltretutto intervengono vincoli posti da enti esterni che riducono la possibilità di manovra. Nel contempo è stato rafforzato ulteriormente il controllo sulla spesa corrente, imponendo dei vincoli ulteriori per il rispetto del Patto di stabilità, le cui prescrizioni vanno osservate per non essere, penalizzati in termini di risorse erogate dalla P.A.T.
In questo bilancio sono stati avviati quei provvedimenti di contenimento della spesa e recupero dei costi sostenuti per i servizi a domanda individuale che si renderanno sempre più necessari con le risorse che sono in calo per consentirci di mantenere l’elevato standard qualitativo dei servizi attualmente offerti e rendere gli stessi disponibili per un maggior numero di utenti.

Sarà comunque sul lato degli investimenti che qualificheremo la nostra azione di governo e la nostra ricerca di finanziamenti presso i vari enti, provinciali, nazionali ed europei che possano prevedere leggi o progetti negli ambiti di nostro interesse. Per finanziare gli investimenti che andremmo a fare nei prossimi anni nell’edilizia scolastica e sulle infrastrutture si intende attuare anche un piano di valorizzazione e dismissione delle proprietà comunali non più funzionali al perseguimento dei nuovi obiettivi che il comune si deve porre in questa stagione di cambiamenti.

B - PROGRAMMA COMUNALE

Sul piano programmatico-operativo le scelte dell’Amministrazione comunale ricalcano il proprio programma amministrativo e sono esposte dettagliatamente delle relazioni previsionali allegate.

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In mutande nella dacia – l’Unità

Pubblicato da paologobbi su 29 novembre, 2010

di C. De Gregorio

Incapace, vanitoso, inefficace come leader europeo moderno. Noi qui a baloccarci coi giochi democristiani ripescati in soffitta, a fare a rimpiattino con la sfiducia – ma sì, ma no, ma solo un po’, magari più tardi – e i sondaggi che dicono, e le possibili conseguenze del voto quali sarebbero. Loro, anzi lei chiude la questione con un telex di sette parole. Si chiama Elisabeth Dibble l’incaricata d’affari che firma la mirabile sintesi. Meno male che è americana, da noi avrebbero scatenato i cani e le loro copertine. Non è detto che non lo facciano comunque.

 

Sarà certo un uragano, questo dei documenti riservati delle ambasciate Usa pubblicati dal sito Wikileaks, qualunque siano le origini e le ragioni che portano alla divulgazione di quelle carte. Sarà la Caporetto della diplomazia otto e novecentesca di sicuro: del resto viviamo nel Duemila, per chi non se ne fosse accorto la rivoluzione del web è questa. La moltiplicazione delle fonti, l’accesso diretto alle informazioni, la senescenza degli intermediari. Sarà il giorno zero, quello di ieri, e si immaginano broccati e stucchi dei palazzi dove frusciano carte spazzati via dallo tsunami di un clic. Quel che a noi italiani dovrebbe fare più vergogna è che nemmeno in una situazione come questa, in cui tutti sono messi allo stesso modo alla berlina, ci spetta un posto dignitoso nella gerarchia del male possibile. Che so: un piano di politica internazionale efferato, un progetto visionario e malvagio di dominio del mondo. Niente. Gli altri alla berlina, noi in mutande ai piedi del letto.

 

Sarebbe stato interessante, in un certo senso, sapere che come il Pakistan abbiamo avuto una parte nel determinare gli accordi sui combustibili nucleari, che come a Berlino c’è una spia nei palazzi, che come in Belgio e in Slovenia c’è una trattativa sui prigionieri di Guantanamo, che come in Turchia abbiamo ordito un piano segreto. Nulla. Ci tocca la foto delle donnine nude insieme a Putin e Gheddafi ma un po’ indietro sulla scena: a far da maggiordomi. Sesso e soldi: festini e interessi economici personali. Di questo parlano i rapporti. Putin “alpha dog”, maschio alfa o capobranco, anche lui machista e autoritario, a cui il signor B. fa da portavoce condividendone come ricompensa le piacevolezze della dacia e qualche milione da mettere in tasca per l’affare Southstream. I nostri lettori lo ricorderanno: molti mesi fa abbiamo dedicato la copertina alla “banda del tubo”, quella del gasdotto che viene dalla Russia. Hillary Clinton aveva avuto lo stesso sospetto e dato incarico di indagare, sappiamo oggi. Abbiamo perso quel giorno, per diktat del maggiordomo, molti inserzionisti pubblicitari.

 

Abbiamo continuato a scriverlo, siamo stati a lungo gli unici a farlo, siamo stati denunciati per danni. Sarebbe interessante sapere se Mavalà Ghedini sarà incaricato di chiedere risarcimento al governo americano e alla Clinton in specie. Se il disperato Frattini (ieri: «quei documenti sono corpi di reato») si appellerà al quinto emendamento ingaggiando una battaglia legale contro l’evidenza. Molto interessante, interessantissimo anche osservare la reazione degli italiani, in primo luogo di quelli che lo hanno votato. Incapace, vanitoso, inefficace. Che comunista, questa Dibble. Sarà una Mata Hari? E chi guida il complotto, Bersani? O è Fini che si vendica manovrando Hillary a suo piacere?

 

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È finita la colla del Cavaliere – la Repubblica

Pubblicato da paologobbi su 15 novembre, 2010

di I.Diamanti

È finita la colla del CavaliereDietro al declino di Silvio Berlusconi si scorgono una maggioranza a pezzi e un Paese in briciole. Senza colla e senza cornice. Perché Berlusconi era e resta l’unica colla e l’unica cornice per il suo partito, la sua maggioranza.

Per la base sociale che, per tanti anni, si è identificata in lui. La sua maggioranza. È a pezzi. Ormai da tempo. Da quando si è rotta l’intesa  -  fragile  -  con Gianfranco Fini. Che non ha mai accettato l’annessione di An. L’ha subìta, facendo buon viso a cattivo gioco. Ma il patto si è spezzato, ormai da mesi. Per ragioni politiche e personali  -  ormai impossibili da scindere in questa democrazia dell’opinione. Così oggi la maggioranza non ha più una maggioranza. La nascita di Fli, prima come gruppo parlamentare e poi come partito vero e proprio, ha ridotto il Pdl a un ex-partito. Spezzato. La maggioranza di governo: non c’è più. La regge solo la Lega. Finché le conviene. Pochi mesi, poche settimane, pochi giorni. Finché non riterrà la crisi di governo più costosa, politicamente, della mancata riforma federalista. Cioè, ancora per poco, immaginiamo. Ma già ora la Lega agisce come un partito esterno alla maggioranza di Silvio Berlusconi. Non risponde a lui. Non l’ha mai fatto, d’altronde. Ma ora ne prende apertamente le distanze. E non accetta  -  ci mancherebbe  -  di vedersi ridimensionata dall’ingresso nel governo dell’Udc. La sua vera antagonista.
È a pezzi anche il Pdl, diviso all’interno. Dove Tremonti è percepito, ormai, come il vero premier. Riferimento per possibili maggioranze alternative. Gradito alla Lega, accettato dai centristi e da una parte del PD.

Ma il Pdl è diviso anche alla base. Nel Nord: soppiantato dalla Lega. Nel Mezzogiorno: incalzato da Fli. E dalle nuove leghe meridionali, soprattutto in Sicilia. Le stime elettorali più recenti (da ultime, quelle dell’Ipsos di Pagnoncelli e dell’Ispo di Mannheimer) sottolineano il declino del Pdl: ormai ben al di sotto del 30%. E suggeriscono che la maggioranza di centrodestra rischierebbe di non essere tale neppure alla prova del voto. PdL e Lega, infatti, non raggiungerebbero il 40%. Mentre i partiti di centro  -  Udc, Fli, Api, con il rinforzo di Montezemolo  -  otterrebbero intorno al 18%. Il PD  -  per quanto in affanno – e l’Idv, alleati alle sinistre, potrebbero perfino prevalere. Alla Camera. Mentre al Senato nessuna maggioranza appare possibile. Motivo che ha spinto Berlusconi ad avanzare la singolare idea, in un sistema a bicameralismo perfetto, di votare solo per la Camera. Tanto per dividere ancora di più le rappresentanze e le istituzioni.

Il fatto è che Berlusconi non è solo il leader di Fi, del Pdl e dell’attuale maggioranza di centrodestra. Ne è l’inventore. E l’unica colla. Senza di lui, questo progetto e questo soggetto politico non stanno insieme. Come non sta insieme l’Italia a cui egli ha dato rappresentanza ed evidenza. Perché Berlusconi, va ribadito, non ha vinto “solo” per merito delle televisioni e della sua capacità di usare  -  prima e meglio degli altri – il marketing in politica. Ma anche perché ha interpretato il cambiamento sociale  -  profondo  -  avvenuto in Italia negli anni Ottanta e Novanta. L’irruzione dei piccoli imprenditori del Nord, veicolata dalla Lega. A cui  Berlusconi  ha garantito cittadinanza politica e accesso al governo, ancora nel 1994. L’affermazione del capitalismo di “produzione dei beni immateriali” (per citare Arnaldo Bagnasco): finanza, comunicazione, assicurazioni. Queste tendenze che hanno imposto la logica del “mercato” negli stili di vita e nei modelli culturali, promuovendo l’avvento di una società di individui, orientati dai consumi e dai media. Berlusconi, a questa realtà sociale ed economica, ha offerto linguaggio, immagine, ideologia. Luoghi e canali di espressione e di comunicazione. In altri termini: rappresentanza e rappresentazione.

Oggi questa Italia non si riconosce più in lui. Né  Berlusconi è in grado di offrirle identità comune. D’altra parte, la crisi globale ha tolto credibilità al sistema del credito e della finanza. Non solo, ne ha acuito il contrasto con i lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori. E poi la paura: generale e generalizzata, generata dalla crisi economica e dall’incombere della disoccupazione. La domanda di Stato sociale, di sostegno pubblico. Tutto ciò ha indebolito il ruolo di Berlusconi. La sua offerta di rappresentanza. La sua “ideologia del fare”  -  peraltro, puntualmente smentita dai fatti. Ha reso impopolare la sua interpretazione festosa e fastosa dell’uomo-che-si-è-fatto-da-sé. Così, si è assistito alla presa di distanza, nei suoi confronti, da parte degli ambienti che lo avevano, fin dall’inizio, guardato con favore.  Le associazioni imprenditoriali, alcune  organizzazioni di categoria e parte del mondo cattolico. Mentre si è allargato il disincanto sociale, sottolineato dal grado di fiducia verso di lui, sceso  -  oggi – ai minimi storici. Anche per questo assistiamo a un Paese che si sbriciola. Dove prevalgono i risentimenti sociali. Contro gli statali fannulloni, gli insegnanti impreparati, i baroni senza morale, i medici incapaci (e criminali). Mentre si è logorato il mito dell’italiano in grado di reagire a tutto, maestro dell’arte di arrangiarsi.  A cui  piace vivere bene, in un ambiente estetizzato da secoli di arte e di cultura. Più che a vivere, oggi, gli italiani – molti italiani – sono impegnati a sopravvivere.  Alla crisi economica. I giovani: alla precarietà. In un ambiente che cade a pezzi. Peraltro, mentre si celebrano i 150 dell’unità d’Italia, le tensioni territoriali crescono. Tra Nord, Roma, il Sud. Nel Nord e nel Sud.

A tutto ciò Berlusconi non sa e non riesce più a dare risposte unificanti. Non solo per ragioni “politiche” congiunturali. Anche perché sono in crisi la struttura sociale e il sistema di valori che egli ha interpretato per oltre 15 anni. Il problema è che le alternative  -  sociali, ma anche politiche  -  faticano ad emergere.  Per cui ci scopriamo spaesati, in un paese sbriciolato. Affollato di individui soli e vulnerabili. L’uscita dal berlusconismo – anche senza Berlusconi  -  si annuncia lunga e faticosa.

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E’ arrivato il 25 aprile – la Repubblica

Pubblicato da paologobbi su 8 novembre, 2010

di MASSIMO GIANNINI

Sembra impossibile, eppure il 25 aprile è arrivato davvero. Gianfranco Fini chiude il sipario, su Berlusconi e sul berlusconismo. Scaduto il tempo delle segrete trame di palazzo, gli oscuri riti bizantini, i vecchi tatticismi da Prima Repubblica. Esaurito lo spazio per i giochi del cerino, le partite a scacchi, lo sfoglio dei tarocchi. Quello che va in scena non è più il solito “teatrino della politica” che il Cavaliere esecra abitualmente a parole, rappresentandolo quotidianamente nei fatti. È invece il dramma pubblico di una maggioranza che si dissolve.

L’ultimo atto, esibito sul palcoscenico delle tv, di un governo che muore. La cerimonia degli addii collettivi ad un partito mai nato. Non sappiamo esattamente come e quando cadrà il Berlusconi IV. Stavolta sappiamo però che la fine è imminente. Questione di ore, tutt’al più di giorni. E il Paese si libererà anche di questa ennesima, fallita messinscena cesarista. Di questo ulteriore, disastroso esercizio di leaderismo populista.

Dovrà ricredersi, chi da Perugia si aspettava un Fini ambiguo e attendista sul destino del governo, o prudente e possibilista sul futuro della maggioranza. Il presidente della Camera è stato netto e inequivoco, sul primo e sul secondo.

Il famoso “Patto di legislatura” che Berlusconi gli ha riproposto mercoledì scorso durante la direzione del Pdl è una cambiale in bianco che nessuno potrebbe firmare, perché ormai palesemente scaduta. Era stato lo stesso Fini a fare al premier un’analoga offerta, a Mirabello, in un estremo tentativo di ricucire uno strappo che già allora si intuiva non più ricomponibile. Anche questo risibile ping pong, adesso, è finito. Il leader di Futuro e Libertà chiede al premier di prenderne atto. Di salire al Quirinale per rassegnare le dimissioni, di riconoscere di fronte all’Italia che il governo non ce l’ha fatta e che ne serve un altro, con una nuova agenda, un nuovo programma e soprattutto con una maggioranza più ampia e allargata all’Udc. Pena il ritiro della delegazione del Fli dall’esecutivo.

Quello di Fini è stato, innanzi tutto, un atto di coraggio politico. Non era facile, per l’erede di Giorgio Almirante, consumare fino in fondo la rottura con l’alleato che, dal 1994, ha definitivamente sdoganato la destra post-missina nell’arco costituzionale, ha fatto entrare An nella stanza dei bottoni e il suo capo nell’ufficio di presidenza della Camera dei deputati. Non era scontato, per il co-fondatore del Pdl, decretarne unilateralmente la definitiva bancarotta politica, addebitandone tutta intera la responsabilità al fondatore. Era il 17 novembre di tre anni fa, a Piazza San Babila, quando il Cavaliere lanciava la Rivoluzione del Predellino. Non erano le “comiche finali”, come le liquidò troppo frettolosamente lo stesso Fini. Era invece l’inizio di una “commedia politica” che lui stesso avrebbe contribuito a rappresentare nei molti mesi successivi, dentro il Partito del popolo delle Libertà.

Ma oggi è proprio questo progetto che è fallito, perché non è stato capace di dare anima e corpo alla “rivoluzione liberale” che aveva promesso, e perché ha esaurito la sua missione nel momento in cui ha costruito se stesso sull’illusione che l’intera destra italiana potesse riflettersi e riassumersi in Silvio Berlusconi, e che tutto il resto fosse un orpello ridondante, quando produceva condivisione, o un intralcio ingombrante, quando esprimeva dissenso. Fini lo ha capito e lo ha detto, facendo mea culpa. L’uomo è il messaggio: su questa scorciatoia falsamente carismatica e smaccatamente populista è fallito il Pdl.

E con il partito è fallito il governo. Non “governo del fare”, piuttosto “governo del fare finta”. Governo che “non ha più il polso del Paese”, che galleggia sulle emergenze, che “vive alla giornata”. Senza vedere, ma anzi spesso contribuendo a creare l’indebolimento dell’identità nazionale, la caduta della coesione sociale, il crollo di competitività dell’economia, la diffusione della cultura dell’arbitrio e dell’illegalità, il decadimento morale e la perdita di decoro delle istituzioni infangate dal Ruby-gate. Di nuovo: Fini lo ha capito e lo ha detto, denunciando lo scandalo pubblico che interroga e pregiudica la nostra democrazia. Raccontando agli italiani tutto quello che sta accadendo sotto i loro occhi, e che solo un sistema televisivo addomesticato dal regime finge di non vedere e si sforza di nascondere. E ha avuto la forza di dire basta.

Ma quello di Fini è stato anche un atto di posizionamento strategico. Il leader futurista sapeva di correre un rischio mortale. Che il suo obiettivo di “staccare la spina” al governo, cioè, potesse esser letto come una banale manovra di palazzo. Una disinvolta forma di “intelligenza col nemico”, per far fuori il “Tiranno” e sostituire il suo governo con una nuova e un po’ spuria “macchina da guerra” guidata da molte, troppe mani: Fli e Pd, Udc e Idv, Mpa e Sinistra e Libertà. Una specie di “Cln”, che desse effettivamente corso a un atteso 25 aprile, ma che avesse un respiro troppo corto e un orizzonte troppo confuso. Anche su questo, Fini ha mostrato coraggio, raccogliendo una sfida allo stesso tempo più circoscritta, ma più alta. La sfida è più circoscritta, perché il presidente della Camera ha tracciato con nettezza assoluta i confini di una forza politica, la sua, che nasce, cresce e si consolida rigorosamente nella metà campo del centrodestra. Certo, un centrodestra che si rifà al popolarismo europeo, e dunque costituzionale, repubblicano, laico. Ma pur sempre un centrodestra. Cioè una forza politica che rivendica i suoi valori fondativi, e che per questo non vuole essere né la zattera di tutti i naufraghi dell’indistinto anti-berlusconiano.

Ma la sfida è anche più alta. Quando ripete che Futuro e Libertà è una formazione che punta a raccogliere il consenso dei moderati italiani, confermando che la sua costituency politica è e resta la destra italiana e che a quel mondo vuole parlare e in quel mondo vuole prendere voti, Fini osa l’inosabile. Si candida ad esserne il leader. Dunque il prudente Gianfranco, sempre incline all’attacco e poi al ripiegamento, stavolta rompe gli ormeggi. E si lancia subito, qui ed ora, “oltre Berlusconi”. È un passaggio cruciale. Che lo vedrà in mare aperto, forse a navigare insieme ai Bersani e ai Di Pietro contro il “vascello fantasma” del Cavaliere. Ma è e resta pur sempre un passaggio provvisorio. Affondata la nave berlusconiana, Fini riprenderà la sua rotta, che è quella di dare forma e sostanza a “un’altra destra” italiana, finalmente risolta e compiutamente europea. Apertamente anti-leghista e naturalmente post-berlusconiana. È importante che il leader futurista l’abbia chiarito. Per sgombrare il campo dagli equivoci, sul durante e sul dopo crisi di governo. Ci potrà essere un nuovo esecutivo, tecnico, istituzionale, di salute pubblica, sostenuto da una maggioranza eterogenea che vari una nuova legge elettorale e tenga salda la barra del timone dell’economia. Ma sarà molto più difficile che, in caso di voto anticipato e sotto le stesse insegne multi-partitiche, nasca un “cartello elettorale” che veda insieme Fini da una parte, e i Vendola, i Ferrero e i Bonelli dall’altra.

Vedremo ora come, quando e dove precipiterà la rottura. Il premier non può accettare l’ultimatum finiano, che lo inchioda ben al di là del “compitino dei cinque punti” richiesto in Parlamento agli “scolaretti” del centrodestra. Per questo ha già risposto picche. Sia pure chiedendo, com’è logico e giusto, che l’eutanasia del governo si realizzi comunque in Parlamento. Andreottianamente parlando: Berlusconi non può più tirare a campare, può solo tirare le cuoia. Capiremo presto se dopo la crisi arriveranno altri governi o elezioni anticipate. Nel frattempo ci sarebbe da brindare a champagne, a questo 25 aprile imminente. Ma c’è poco da festeggiare: il “conto” di questi rovinosi due anni e mezzo, purtroppo, li ha pagati e li pagherà l’Italia.
m.giannini@repubblica.it


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L’abuso di potere – la Repubblica

Pubblicato da paologobbi su 3 novembre, 2010

di GIUSEPPE D’AVANZO
“Non leggete i giornali”, comanda Berlusconi. Quando i fatti mostrano la loro ostinazione e riemergono e definiscono i contorni di una storia, i protagonisti, le comparse, i comportamenti, le responsabilità, il Cavaliere muove i suoi passi verso una sola direzione: manipolare o distruggere la realtà che lo minaccia; isolare o eliminare chi può testimoniarla. Come capita ai giornali: naturalmente, i giornali che il premier non possiede o controlla. I fatti sono noti. Il capo del governo ha abusato del suo potere per “esfiltrare” una sua amica minorenne dalla questura di Milano. L’instabilità di Ruby lo atterriva. Per occultare quell’abuso, ne abusa di nuovo, ora. Confidando in una maggioranza parlamentare che non ha più, promette che vieterà ai magistrati di poter utilizzare gli ascolti telefonici, ambientali e telematici nelle loro indagini. Anticipa di voler chiudere anche per un mese intero i giornali che, nel rispetto di un diritto costituzionale e di un dovere civico, trasgredissero quella legge ingiusta. È il paradigma di una politica che ha la necessità inderogabile di cancellare ogni criterio di pubblicità. La lezione di Norberto Bobbio ci aiuta a capire.

Soltanto il criterio della pubblicità, che l’informazione pratica e il Cavaliere nega, consente di distinguere “il giusto dall’ingiusto, il lecito dall’illecito”. È un principio che, osserva Bobbio, “non vale per chi come il tiranno” integra nella sua stessa persona il pubblico e il privato. Gli affari di Stato sono i suoi personali affari e, viceversa, i suoi affari personali diventano di Stato. Accade a Berlusconi con solare evidenza. Ora si può comprendere come il capo del governo voglia conservare nel segreto i suoi comportamenti pubblici e privati. È consapevole che se quegli atti, fino ad oggi tenuti nascosti fossero resi pubblici, susciterebbero “quel turbamento dell’opinione pubblica che si chiama scandalo”.

Qual è lo scandalo, e dove? Anche se per un quietismo istituzionale la procura di Milano chiude con un no contest il conflitto tra questura e tribunale dei minori, è già uno scandalo pubblico che, con un abuso di potere, un capo di governo intervenga su un funzionario dello Stato per accelerare e facilitare la liberazione di una sua giovane amica. Come è uno scandalo – oltre che una mossa di spietata malvagità umana – lasciar credere di volersi occupare di una minorenne scapestrata per poi abbandonarla al suo destino in casa di una prostituta. Tuttavia lo scandalo che Silvio Berlusconi teme non è questo, non è rinserrato nelle poche ore notturne del 27/28 maggio. Lo scandalo, intorno a cui Berlusconi vuole fabbricare un muro di silenzio, omertà e intimidazione, è la prostituzione che egli alimenta con le sue ossessioni fuori controllo, denunciate per tempo da Veronica Lario. Lo scandalo è l’organizzazione che lo circonda, il sistema che gli consente di incontrare “vergini” che vengono per lui raccolte nell’agenzia di Lele Mora e convocate, selezionate, preparate e offertegli da Emilio Fede.

I segni, le testimonianze di questo scandalo le abbiamo già sotto gli occhi, nell’attesa che la magistratura definisca le responsabilità penali. Basta saper ricordare per poter capire e giudicare. Nell’autunno del 2008 il direttore del Tg4 Emilio Fede, lascia sullo scrittoio del presidente del Consiglio, un book fotografico. Berlusconi lo sbircia. Stupisce per il “volto angelico” di una minorenne, Noemi Letizia, 17 anni. La chiama al telefono. La ragazzina sta facendo i compiti e si abbandona alle lusinghe di quel potente. Sette mesi dopo il potente la farà felice partecipando alla sua festa di compleanno. Testimoni diretti racconteranno il ruolo di Emilio Fede come cacciatore di talenti da proporre alle cene del presidente. Il direttore del Tg4 affiora anche nei ricordi di Ruby (Karima), anche lei diciassettenne. È Fede che la contatta a un concorso di bellezza. È Fede, sostiene Ruby, che la presenta a Lele Mora. È Lele Mora che la propone a Emilio Fede per una cena a Villa San Martino. In un gioco a due, utile soltanto a un terzo, Silvio Berlusconi.

Lo schema, l’organizzazione – come chiamarla? – si ripropone anche oggi nella confessione di Nadia. “La prima volta che sono andata ad Arcore, mi sono recata prima a casa di Lele Mora a Milano dove c’erano altre ragazze. Da lì siamo andate allo studio del giornalista Emilio Fede. Emilio Fede faceva una sorta di selezione e ci chiedeva il nome ma poi andavamo tutte insieme dal presidente”. Mora. Fede. Berlusconi. È in questo triangolo che si muovono decine e decine di prostitute giovani o giovanissime (anche venticinque a sera) e decine di migliaia di euro (Ruby rivela alla procura di Milano di aver ricevuto in una sola occasione 46mila euro).

Gli ascolti telefonici, che Berlusconi vuole cancellare, potrebbero dimostrare come lavorano gli attori del sistema. Emilio Fede, il più vicino al presidente, raccoglie le necessità del Sultano. Il giornalista si attiva. Informa Lele Mora dei desideri del premier: numeri, caratteristiche, a volte anche il colore della pelle o la razza. Mora si mette al lavoro. Compila una lista. Convoca le ragazze. Fede le seleziona e accompagna le prescelte in Villa. Mangia qualcosa e va via. Il Sultano è il solo protagonista maschile delle cerimonie erotiche del dopo cena. Provvederà da solo a retribuire le ragazze. Magari a richiamarle. A quanto pare, è un uomo della sua scorta a tenere le fila di questi contatti. A controllare le più intraprendenti. Ad allontanare le più indisciplinate.

Per quel che si comprende, nessun reato può essere contestato a Silvio Berlusconi. È l’”utilizzatore finale”, Niccolò Ghedini è esplicito. Non è questo lo scandalo. Lo scandalo nasce “nel momento in cui viene reso pubblico un atto che fino ad allora è stato tenuto nascosto in quanto non può essere reso pubblico”. Quel che non può essere reso pubblico della vita privata di Berlusconi non è se fa sesso, come lo fa, con chi lo fa. Lo scandalo è nell’organizzazione che intorno a lui e per lui raccoglie e seleziona prostitute sempre più giovani per le sue serate. È una debolezza privata che si fa scandalo pubblico quando si scopre che il mondo della prostituzione custodisce la rispettabilità del capo del governo potendola ricattare, venderla o distruggerla. Come Ruby o Nadia dimostrano. È la condizione di minorità del nostro premier. Non sarà un abuso di potere a cancellarla.

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